[La caccia di Arthur Cab.]
Obiettivi del Blog: a) ricevere commenti sul Blogromance "La caccia di Arthur Cab" (elaborazione di un racconto breve pubblicato nel 1998 sul sito Bookcafè), che verrà via via sviluppato sotto forma di "post" periodici. Per leggere il romanzo commentato da una serie di immagini, selezionare la voce "romanzo a colori " (introduzione, capitolo uno, ....) nella lista delle categorie (colonna di sinistra). In questo caso ogni capitolo dovrà essere letto cominciando dal fondo (ovvero dal primo post inviato) per risalire alla superficie. Se preferisci una lettura tradizionale puoi leggere il testo dei singoli capitoli nella sezione "Solo testo". Infine approfondimenti sui contenuti e l'estetica del Blogromance si trovano nelle sezioni di "Spiegazioni". I commenti potranno essere sia di natura stilistica, sia riferiti al contenuto narrativo; b)poichè la trama è in realtà una sorta di espediente per proporre una rivisitazione della letteratura, della pittura, della musica, della cinematografia "fantastica" (da Lewis Carroll a Melville, da Mussorgsky agli Emerson Lake & Palmer, da Hartmann a Escher, eccetera) ricevere indicazioni di possibili link a siti Web da aggiungere al Blog che siano attinenti ai rimandi interstestuali. Il "viaggio" proposto dal romanzo diverrebbe così un "viaggio" guidato sul Web; c) ricevere variazioni sul testo, che potrebbero essere: scritture alternative di capitoli o parti di capitoli; deviazioni dalla trama principale; rivisitazioni del tema sotto forma di sceneggiatura cinematografica o teatrale, passaggi dalla prosa alla poesia, eccetera. Si potrebbe persino pensare di creare dei Blog paralleli, linkati a quello principale, in cui la stessa storia viene ripetuta ma con delle differenze che potrebbero essere di forma o di contenuto, riguardare la struttura principale della trama o solo dei dettagli, il punto di vista (che potrebbe ad esempio diventare quello di un personaggio minore, come nella rivisitazione dell'Amleto di Tom Stoppard, "Rosenkrantz e Guilderstern sono morti"). Un po' come succede nei romanzi di fantascienza ispirati alla teoria degli universi paralleli, si potrebbero creare dei mondi letterari alternativi ciascuno dei quali potrebbe offrire diverse visioni del Web (ovvero del mondo), attraverso peculiari strutture di link. Chi desidera partecipare a questo livello, può farlo contattandomi utilizzando l'apposito bottone sulla colonna di sx. In sintesi: De infinito universo et mundi...nell'era di Internet. Ovvero il primo romanzo dalla molteplice unità, permanente nell'impermanenza, sempre identico a sè stesso nella sua continua mutazione. Dietro questo metodo, solo una follia?
 

giovedì, 15 settembre 2005

“Vi sono passaggi trasversali da un ramo all'altro, come nella metropolitana di una megalopoli, questo fitto reticolo, che aborrisce le ortogonali a vantaggio delle curve, semicurve o delle linee spezzate, ricoprendo la stessa mappa della città superiore come una tela di ragno che s'imprime nella mente dei passeggeri - geografia sotterranea, in cui a sua volta si può oscuramente scrutare, come in uno specchio, per enigmi, l’interiorità rovesciata degli individui. Quella fermata, quella linea, quella corrispondenza, quel "luogo", nomi che corrono veloci sulle pareti delle stazioni, o si susseguono sui tabelloni blu e bianchi, sono collegati a fatti del passato prossimo o remoto, a momenti dell'infanzia, della giovinezza, dell'età matura, a eventi amorosi, di studio o lavoro, a microepisodi o a fatti storici: nomi di battaglie, di soldati, ministri, politici, scrittori, in un groviglio di percorsi misteriosi.  Vi sono destini che s’incrociano, identità che si scambiano, persone che si trasformano le une nelle altre. Sliding doors. E’ un labirinto incantato. Ciascuno attraversa elaborate formazioni geologiche composte da ghiaie, sassi e ciottoli;   sprofonda in depositi di origine fluvioglaciale e arranca in ambienti marini del Pliocene, fra limi argillosi, mote sabbiose e arene grigio azzurre con fossili; peregrina fra stazioni e rimesse, passa per cortili interni e officine di manutenzione, fruga sotto riproduzioni in scala,  tapis roullant, poster pubblicitari e maxischermi: alla ricerca di una donna amata, d’un nemico irraggiungibile, di una moto rubata, di un oggetto perduto, di un’ambizione da soddisfare, di un file cancellato.”

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solo testo 7 capitolo 6

venerdì, 02 settembre 2005

“Ma a quella che ti è stata assegnata, o che ti illudi ti sia stata assegnata, non arrivi mai. Incontri sempre nuove deviazioni, paesaggi e prospettive da fermarsi a guardare…”
 
“…Aneddoti da raccogliere, versioni da conciliare….….”
 
“…Iscrizioni da decifrare, tradizioni da vagliare…”
 
“…Panegirici e pasquinate  da attaccare alle porte, archivi da consultare, e registri, atti, genealogie interminabili….”
 
“Ok, ci siamo capiti.  Eppure questo non è ancora il peggio che ti possa capitare. Ve ne sono  alcune dove i corridoi sono tutti potenzialmente in collegamento, in una rete di relazioni che non presuppongono l'unicità del percorso, bensì la sua molteplicità. Vivere una vita così è  come trapassare da un punto all’altro di una enciclopedia, piuttosto che leggere linearmente, fino alla fine, un romanzo.”
 
“???”, chiese Kurtz, telepaticamente.

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solo testo 7 capitolo 6

venerdì, 08 luglio 2005

“Mmm”, assentii. “Vi sono, poi,  quelle simili ad un albero frondoso, a più corridoi che si dipartono da incroci plurimi. Anche qui una sola è  la via, se pure esiste, per giungere al centro, ma si incontrano vari rami. Il navigatore, terminata l'esplorazione del ramo, dovrà tornare indietro, proseguire fino al  bivio successivo, ispezionare il nuovo ramo e così via, continuamente, fino alla fine dei propri giorni.”
 
“Come nei corridoi dei grandi alberghi, dove puoi passare l’esistenza a cercare la camera che ti è stata assegnata, vi sono   carceri,  e vi sono vite, in cui le celle si susseguono le une alle altre, a destra e a sinistra, fila dopo fila, piano dopo piano, senza sosta…”, continuò Kurtz, che sembrava avere afferrato l’idea.

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solo testo 7 capitolo 6

lunedì, 27 giugno 2005

“La vita è un’evoluzione nel tempo e una complicazione nello spazio”, precisò pedantemente Kurtz.
 
“Mi limiterei ad affermare che è una complicazione, e basta. Ma ciascuno ha le complicazioni che si merita,  allo stesso modo in cui ognuno si addormenta e si rialza con il suo sogno: alcuni fanno sogni lieti, altri invece sogni angosciosi, tanto che svegliandosi vorrebbero non riaddormentarsi per non ricadere in balia di essi.”
 
“E dunque?”
 
“Dunque vi sono  vite dove pare impossibile perdersi, come  nei primi labirinti inventati dall’uomo, ad un solo corridoio che si avvolge a spirale e non ha biforcazioni. Sono come funi avvolte su sé stesse, galassie che ruotano intorno a dei buchi neri, intestini raggomitolati in trippe immonde. Per stare ad una analogia riferita al tuo argomento preferito di meditazione, sono paragonabili a racconti gialli, spesso di quart’ordine, da leggere fino all’ultima pagina per scoprire l’assassino: colui (o colei) che ti ucciderà. L'esploratore vi entrerà  e uscirà  senza possibilità d’errore, ma anche senza nessuna possibilità di modificare il proprio destino.”
 
“ Come nel braccio della morte, dove, all’uscita dalla cella,  un unico percorso attende  il condannato”, osservò Kurtz.

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mercoledì, 22 giugno 2005

Eh, sì, New Nantucket è una prigione”, sospirai.
 
“Se New Nantucket è una prigione allora tutto il mondo lo è”, replicò Kurtz.
 
“Una grande prigione, piena di celle, segrete e stanze di tortura”, concordai, amleticamente.
 
“Sì”,  riflettei, dopo qualche attimo di vuoto nella conversazione, riempito solo dalla monotona voce  del treno “il mondo è labirinto. E i passi dell'uomo nella vita non sono altro che tentativi di cercare una via d'uscita.”
 
“Allora,  per uscire bisogna prima trovare il centro”, disse Kurtz.
 
“E' l’individuazione di un centro – preciso, definito, delimitato - che dà senso a tutto. Che permette di dare ordine all'apparente disordine, dominante fino a quando il centro può essere ovunque e in nessun luogo. Ammesso che  nel labirinto convivano il Caos e una razionalità segreta, che  permetta anche di capire perché  ogni parte della prigione terrestre è costruita in maniera diversa, perché ogni vita umana  può assumere  forme e seguire strade imprevedibili.”

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mercoledì, 08 giugno 2005

Prigioni… Cullato dal ritmico rollio del vagone di terza classe e dal languido uggiolio di un pensionato per zecche che si faceva passare per cane chiuso in una gabbia puzzolente proprio di fronte a me, mi accingevo a chiudere gli occhi (dopdop-dopdop, dopdop-dopdop, tclang, tclang: doppelganger, doppiogiochista, doppio sogno, doppio spettacolo,  doppia vita, chi vede il suo doppio vede la sua morte, abolire gli specchi o attraversarli, svegliare chi dorme è imporre all'altro l'interminabile prigione dell'universo.…),  quando mi tornò alla mente il ricordo indelebile, anche se un po’ vago e sfumato nei contorni, di una tavola vista molti anni prima su una rivista a fumetti. Vi era ritratto un anziano signore che ripercorreva le tappe della propria vita, commentandole più o meno così (cito a memoria): 

 

“Quando ero piccolo pensavo che la famiglia fosse una prigione. Andai a scuola, che scoprii essere una prigione ben peggiore. Terminati gli studi entrai nell’esercito: questa sì che era una prigione terribile! Anche il servizio di leva finì, trovai un lavoro ed entrai in un ufficio: la più tediosa delle  prigioni! Mi sposai e scoprii che tremenda prigione sia  la vita da coniugati. Alla fine mi misi nei pasticci, fui arrestato e mi ritrovai in una vera prigione!  Così oggi  so in cosa consiste la libertà: nella possibilità di scegliere in quale prigione essere rinchiusi.” 

 

Per anni lo spettro di questa tavola  mi ha perseguitato, perché spesso mi sono trovato a pensare che il suo lucido pessimismo fosse troppo pericolosamente vicino alla realtà effettiva delle cose.

 

 

postato da: G-host | 11:11 | commenti
solo testo 7 capitolo 6

lunedì, 30 maggio 2005

Anche la costa attorno a Deathville appariva davvero incantevole con le sue frange di palmizi verde smeraldo estese a perdita d’occhio sulla spiaggia immacolata. La brezza che spirava incessante dal mare pettinava la chioma delle piante leggermente inclinate e scuoteva i cartelloni di vecchie pubblicità scadute. Una ragazzina seduta su un muretto diroccato, assorta a ripassare la lezione di storia o a scrivere un diario o, forse, ad osservare il bizzarro comportamento di un coniglio bianco, apparve dietro una curva, per poi sparire in lontananza.  Il vento portava un profumo strano, che sembrava di fiori d’arancio, di spezie, di zagara: eppure si scorgevano solo palme, un miracolo di verde, una distesa di giada assopita a fianco di un mare cristallino come le lacrime di una bambina cresciuta troppo in fretta. L’ignaro viaggiatore, osservando il panorama dai finestrini del treno sulla tratta Lost Paradise-New Nantucket, avrebbe potuto scambiare la prigione per un confortevole albergo frequentato da ricchi turisti in una località alla moda.

postato da: G-host | 08:50 | commenti (1)
solo testo 7 capitolo 6

lunedì, 23 maggio 2005

La molteplice unità della vita, sembravano voler dire, non è solo vigile realtà: è anche possibilità, attualità e virtualità: in un passaggio continuo, eracliteo, fra questi stati, che sono diversi l’uno dall’altro, eppure, incomprensibilmente, di una stessa onirica materia. Come a dar ragione a quel Sigismondo, prima  principe di un’immaginaria Polonia che  sogna di aver vissuto prigioniero in una torre, ma dopo prigioniero che  sogna di essere stato principe, e che, in un monologo, conclude: “Siamo in un mondo tanto strano che vivere è solo sognare; l’esperienza mi insegna: un uomo che vive sogna di essere quello che è, finchè non si risveglia”.  

 

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postato da: G-host | 07:41 | commenti
solo testo 7 capitolo 6

lunedì, 16 maggio 2005

Sopra al penitenziario si alzavano in volo, ad intervalli irregolari, multicolori nugoli d’uccelli, pensieri lussuriosi  della femminea atmosfera: ciascuno di questi, prima di gettarsi in picchiata nelle profondità della purissima e sozzissima  trasparenza  talassica, a seminare il panico fra le ordinate schiere di guizzanti pesci argentei, spirituali riflessi del maschio mare, ondeggiava per qualche attimo in aria: compatta unità parmenidea.  Poi quelle filosofiche creature proclamavano la sostanziale duplicità di tutte le cose,  l’essenziale mutabilità di tutte le figure:  nella sua angelica caduta, ogni nugolo era un ramo di  rovere,  una scrofa, una salsiccia, un prato di trifoglio coperto da strati di sterco o da  fiori, su cui riposava un cammello, e quel cammello era una donnola, e quella donnola una balena: che s’immergeva, infine, con enormi spruzzi,  negli oceanici silenzi della liquida informità primordiale.

postato da: G-host | 07:55 | commenti
solo testo 7 capitolo 6

mercoledì, 11 maggio 2005

Quadro clinico n. 6 : La vecchia prigione 

 

Era una stupenda giornata di maggio, calda, quasi estiva. Deathville, l’antico carcere di massima sicurezza, sorge in un luogo solitario su una stretta penisola che penetra per diverse miglia in mezzo all’oceano. Il cielo era terso e, sotto i raggi del sole a picco, le mura bianche della prigione, affiancate dalle due torri di guardia, si stagliavano massicciamente contro l’azzurro del cielo e del mare, emergendo possenti come le fiancate del grande veliero, con le vele spiegate  tra i flutti che separano le colonne d’Ercole, scelto da Bacone per frontespizio dell’Instauratio magna.

 

 

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martedì, 03 maggio 2005

Quadro clinico n. 5: La visitatrice

Il tonfo dell’ascensore che si fermava al piano mi fece risorgere dal profondo sonno in cui ero sepolto. Seguì un rumore di passi strascicati in lento avvicinamento; poi la porta si aprì. La scarna luce proveniente dal corridoio esterno disegnò un’ombra che fece il suo ingresso nella stanza ormai del tutto buia. Il Sole, quel bevitore incallito, dopo aver scolato  fino alla feccia la grande coppa d'oro del giorno, era partito per il tetro fondo della notte, oltre i varchi d'Oceano: in cerca di consolazioni a buon mercato sui marciapiedi più battuti della via Lattea, suppongo.

 

L’ombra procedeva con la fatica di un animale da traino che stesse trascinando un carro lungo una stradina di campagna. Un carro pesante, affondato fino ai mozzi delle ruote nel viottolo reso fangosissimo  da una giornata di pioggia torrenziale. Man mano che si avvicinava a me nella desolazione dell’ufficio, il suo scricchiolante incedere sull’assito del pavimento risuonava come il moto meccanico degli accordi della mano sinistra sulla  melodia di una misteriosa musica per pianoforte. In un crescendo surreale,  la melodia sfociò in un impressionante gruppo di pesanti accordi: la chiusura automatica, sgraziata e cigolante, alle spalle di quella nebulosa entità, della grande porta istoriata, ultimo baluardo fra me e l’entropia proveniente dal mondo esterno.

 

Quando infine la sagoma scura fu a pochi metri dalla scrivania, esausta per lo sforzo compiuto, si lasciò cadere sulla sedia a dondolo, l’unica sedia decente dell’ufficio. Prima di accomodarsi riuscì a schiacciare un interruttore: la luce, che invase il locale  dalla polverosa lampada ad arco al centro del soffitto, le precipitò addosso frangendosi in elettriche miriadi di virgole triangolari ed  acuminate. Per un attimo,  mentre le estreme battute della musica si disperdevano nell’aria, creando una corrispondenza quasi perfetta tra l’evento sonoro e l’evocazione visiva, mi sembrò di vedere materializzarsi l’immagine onirica della sarta con la vocetta stridula.

 

La visitatrice indossava una leggera camicetta grigio perla e una lunga gonna antracite, sotto uno spolverino della stessa tonalità di nero. Il foulard a scacchi, fuori moda e piuttosto malandato, le nascondeva solo in parte i lunghi capelli, che erano così rossi da suscitare l’invidia di un’autopompa nuova di zecca. Nessun trucco, orbite inespressive, corporatura fragile, scheletrica: difficile darle un’età precisa. Il suo viso levigato e magrissimo era liscio come la superficie di una lapide in marmo, sulla quale, per una deprecabile distrazione, non fosse stata incisa nessuna parola in memoria del defunto disteso nella fossa sottostante. 

 

Mi  turbò la luminosità della sua pelle, che risaltava in maniera innaturalmente intensa rispetto ai vestiti scuri e all’incendio dei capelli, lugubre come potrebbe esserlo la spuma fosforescente  del mare in una notte invernale  rischiarata da una luna piena color porpora. Quel sudario di  cutaneo strass che le avvolgeva le ossa suscitava un orrore indefinibile: lo stesso che potrebbe cogliere chi, vittima impotente di un tumore maligno ormai in metastasi, dovesse fronteggiare il candore asettico della sala operatoria, dei camici degli infermieri, delle macchine insensibili che, attimo per attimo, registrano la sua progressiva cacciata dal club degli esseri viventi.

 

Aspettai che aprisse bocca, curioso di sentire se la sua voce avesse lo stesso timbro che mi era parso di udire in sogno. Lei continuò a fissare il muro in silenzio. Provai ad interrogarla: una statua di sale avrebbe reagito con vivacità maggiore. Sembrava non si rendesse conto del pietoso stato fisico in cui mi trovavo. Sembrava che non si accorgesse di niente, in verità. Se ne stava seduta, dondolandosi, con le mani raggrinzite attorno alla borsetta che teneva  in grembo, lo sguardo fisso sugli osceni disegni della tappezzeria.

Da un certo punto di vista il suo atteggiamento non mi dispiaceva. Io non sopporto le persone che parlano troppo. E le femmine in genere parlano maledettamente troppo. Chi  ha scritto di trovare più stimolante dialogare con se stesso piuttosto che monologare con una donna? Chiunque fosse, aveva ragione; salvo che, di solito, in compagnia di una donna sei tu a subire il suo monologo, in genere profondo come un fiume in secca e interessante quanto la tundra siberiana in una giornata di nebbia. Dice: e se le tenessi ferma la lingua con una corda? O le ficcassi un giunco nelle narici? O, a mali estremi, estremi rimedi, le forassi la mascella con un uncino? Ma per favore. So per esperienza che dalla sua bocca partirebbero vampate di fuoco, dalle sue narici uscirebbe fumo e il suo fiato pestifero mi incenerirebbe. E’ già un successo riuscire ad inserire nella conversazione qualche breve osservazione, approfittando del fatto che anche lei, ogni tanto, deve fare una pausa per respirare. Però non è una regola fissa: ogni tanto capita di imbattersi in una di quelle che, dovendo forse recapitare un messaggio importante, se ne stanno davanti a te più mute di un pesce morto da parecchi giorni.

Come questa rossa. Da una così non sai mai cosa devi attenderti, pensai. L’unica certezza è che non esordirà con una battuta spiritosa. Le donne sono  prive di senso dell’umorismo. Cattiverie, osservazioni perfide, sì, tante quante tu non ne potresti immaginare in sette vite, specialmente rivolte ad esponenti dello stesso sesso colpevoli solo di attrarre l’interesse maschile più di altre; ma rispetto a umorismo, ironia, capacità di mettere in discussione se stesse o il prossimo con bonarie allusioni scherzose, siamo a zero.

 

Rammentai l’opinione espressa una volta da  Sam  Archer a questo proposito. Era davanti al portone di casa e dipingeva un quadro che  rappresentava uno scenario marino,  immerso in una luce assoluta, impossibile, metafisica, la luce con cui potresti abbronzarti sdraiato su un lettino nell’Iperuranio. All’estrema destra c’era un pino vicino alla riva.  Al centro, l’attenzione dell’osservatore andava su  una roccia all’ingresso di una grotta, accanto ad un semplice cavalletto coperto da un asciugamano. La stranezza era che quest’ultimo, l’oggetto simbolicamente più povero, si candidava come protagonista del dipinto,  rivelando la qualità intrinseca, anche se relativa, del reale; vale a dire non di quello che devono, ma di quello che possono essere le cose.

 

Era convinto che siano tutte connotate da cinque caratteristiche fondamentali: 1) il gusto (insipido) 2) la pigrizia 3) l’infantilismo 4) l’ambizione 5) la mancanza, appunto, di umorismo. Molto spesso, in seguito, ho avuto modo di verificare la meravigliosa esattezza di quest’elenco, specie per quanto attiene all’ultimo dei punti indicati. Escludevo quindi la possibilità che un bon mot o un raffinato calembour potessero interrompere il rigido mutismo della rossa. Non ero però in grado di effettuare previsioni positive intorno ai suoi successivi comportamenti. Avrebbe potuto scoppiare in lacrime o dare in escandescenze o essere colta da una crisi di nervi. Forse sarebbe uscita dal letargo tirando fuori dalla borsetta una pistola. Avrebbe potuto puntarmela contro; e decidere di sparare, magari.

Un’ispirazione subitanea si fece strada nella mia mente: potevo essere  davanti ad un caso di sindrome d’Elpenore. Mi era già capitato: quando arrestai quel commercialista  che, durante un attacco di sonnambulismo, aveva ucciso la suocera, ne aveva sistemato il corpo sulla propria automobile, lo aveva gettato in un fiume a dieci miglia da casa e se ne era tornato a letto. Inconsapevole di tutto, il giorno dopo fu lui stesso a denunciare la scomparsa della donna. Riuscii a scoprire come erano andate le cose solo quando, dopo lunghi appostamenti, lo beccai due mesi dopo all’alba: in uno stato di trance, stava facendo fare la stessa gita alla consorte.

 

Venni in seguito a conoscenza del fatto che, a causa della malattia, vi sono molte più persone di quanto si possa credere  obbligate ad agire i propri incubi. Quel particolare meccanismo che permette, quando si sogna, ai polmoni di respirare, al cuore di battere, al sangue di circolare, tenendo però bloccati i muscoli, in loro sembra disattivato. Come revolver con il colpo in canna e l’interruttore della sicura incastrato  possono  inavvertitamente fare fuoco e uccidere, talvolta i  sogni innescano, nei soggetti predisposti,  movimenti incoscienti anche estremamente articolati e complessi: quali alzarsi, vestirsi, strangolare la propria vittima e liberarsi del cadavere.

In casi simili non c’è altro da fare che rimanere in guardia e tenersi pronti ad ogni eventualità. Del resto mi sentivo ancora a pezzi: da qualche minuto riuscivo a muovere gli arti superiori e a sollevare il busto, ma il più piccolo movimento mi provocava ancora dei dolori fortissimi. Se la rossa mi avesse minacciato o aggredito non sarei stato in grado di oppormi. 

Consapevole di tutto ciò, aprii un cassetto della scrivania, estrassi con grande sforzo una bottiglia di whisky e un bicchiere: quindi, con calma, mi versai una dose generosa di liquido. Dopo averlo sorseggiato, feci un versaccio; nel whisky avvertivo un sapore insolito, pur riconoscendo, per altri versi, che era il buon vecchio Four Roses, fedele compagno di tante avventure. Per qualche strano motivo, mi vennero alle labbra - e conseguentemente sussurrai - le parole di Dhalgrhen (Ars oblivionalis): “Anamnesia?Insonnia: stato di sonno inadeguato o insufficiente. Diagnosi: ipnogramma. Terapia: benzodiazepine, farmaci induttori del sonno. Amnesia: retrograda o anterograda, amnesia elettiva. Dal punto di vista evolutivo servirebbe a poco un sistema che ci permettesse di crogiolarci nei ricordi del nostro primo amore. Anamnesi: alla lettera, reminiscenza. Oggi indica la cronaca di un male. Rapporti tra amnesia e insonnia: l'uso di benzodiazepine contro l'insonnia può provocare amnesia. Nel gran rosario del cranio leso stanno sempre assieme. E’ mia opinione, per nulla suffragata dai fatti, che le cure per l'amnesia generino insonnia. Sono due facce della stessa cosa.” E quelle di un chiosatore, Dottord, che recitavano: “Ho sentito dire, ma mi sa che è una leggenda, che il benzodiazepine in dosi eccessive ha l'effetto collaterale di scatenare le fantasie sessuali.” E quelle definitive di Diamonds: “Il benzodiazepine in dosi eccessive ha l'effetto collaterale di scatenare la morte.”

Tornai a considerare l’eventualità di essere stato drogato. Ripensai a quel momento del party, in cui gli ospiti golosi di Spider si erano gettati  sui cibi pronti e serviti. Sapevo che ad altro stava pensando allora Peter. Buttò improvviso nel vino, di cui bevevano, un farmaco che l´ira e il dolore calmava, oblio di tutte le pene. Chi lo avesse inghiottito, una volta mescolato con il vino,  non avrebbe versato pianto giù dalle palpebre quel giorno neppure se gli fosse morto uno dei genitori.  Semi di papavero impastati con miele ed altri cereali erano serviti a profusione ed in tutta la grande villa ai margini del cimitero mazzolini di fiori in mano (o accanto) ai Numi tutelari della casata dei Parker erano ritratti in statuine, affreschi, sigilli, sarcofagi, mentre altri erano disponibili per un uso personale, voluttuario. Del resto era un vecchio trucco. La Elena di Omero, grazie alle sue polverine magiche era in grado di far decollare una serata  un po´ troppo moscia. E Plotino e Marco Aurelio, allora? Entrambi, da sempre, sospetti di dipendenza da oppio, secondo l’antica ricetta di Plinio: “Raccomandano di fare l´incisione sotto la testa e il calice del fiore, ed è il solo tipo di pianta cui viene praticato un taglio sulla testa stessa. Il succo di questa pianta si raccoglie su lana oppure, se la quantità è assai modesta, con l´unghia del pollice; e il giorno dopo se ne raccoglie di più perché si è asciugato. Il succo di papavero, poi, abbondante, fatto addensare e tritato e impastato fino a fargli assumere la forma di pastiglie, vien fatto asciugare all´ombra. Per controllare la qualità dell´oppio se ne prova innanzitutto l´odore - quello puro non si riesce a sopportarlo - poi lo si mette in una lucerna, per accertarsi che dia una fiamma viva e che, una volta spento, mandi odore; tutto questo non si verifica nell´oppio adulterato, che inoltre prende fuoco con maggiore difficoltà e tende a spegnersi con frequenza. Un´altra prova di genuinità si compie mettendo l´oppio in acqua, dove quello puro galleggia come una nuvola, mentre quello adulterato si addensa in grumi. Ma la dimostrazione più sorprendente è quella che avviene sotto il sole estivo: l´oppio autentico, infatti, trasuda e si scioglie, fino a riassomigliare al succo fresco”.

E che dire del loto, quel fiore rarissimo descritto anche da Mr Dedalus nel suo Mestiere delle arti, “che sboccia sul gambo della banalità, circondato da petali di ipocrisie. Tuttavia, nonostante l’aspetto repellente, nessuno è in grado di rifiutare quel boccone. Finiscono tutti per mandarlo giù, svenendo quasi per il pessimo gusto, di gran lunga peggiore di quel che si possa immaginare. L’effetto prodotto dall’ingestione è devastante. La memoria non è più in grado di trattenere quel che appartiene alla vita trascorsa: viene tutto cancellato, spazzato via. E con il passato vengono distrutti anche dignità e onore. Nessun dubbio sul fatto che si tratti dell’esperienza più nefasta cui un uomo possa andare incontro. Sebbene sia possibile essere sottratti all’avvilente convivio - magari trascinati a forza o legati - non è comunque possibile riacquistare quel che la digestione del fiore avrà definitivamente eliminato.”  Una cenetta a base di loto avrebbe spiegato il pietoso dissesto dei miei organi di senso e l’oblio che stentavo a scrollarmi di dosso.   

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Per darmi un contegno, controllai sul computer come stesse procedendo la  partita. Provai a battere qualche tasto. La clessidra sullo schermo non fece una piega. Il videogame era ancora in elaborazione dati.  Si chiama  Brain re-construction: un interessante esempio di simulazione strategica avanzata. Funziona così. Nella fase iniziale di ogni turno di gioco  ti viene richiesto di inserire  una serie di dati personali via via più complessi. Dapprima solo quelli anagrafici e riferiti alle circostanze astrologiche in cui sei nato,   poi, man mano che la trama del videogame si sviluppa, anche quelli  relativi ai tuoi modi di vivere, le abitudini, la famiglia. I parametri presi in considerazione includono colesterolo, peso, circonferenza della vita, caduta e grigiore dei capelli, forza nell'impugnare un oggetto. Fra gli altri indicatori tesi a ricostruire la tua “mappa organica virtuale” vi sono la capacità di polmoni, vista, udito, odorato, elasticità della pelle, equilibrio, prontezza dei riflessi. Questi e altri dati vengono inseriti nel computer e incrociati con la «mappa della mente»: i  tuoi ricordi, i tuoi gusti, le ambizioni palesi e nascoste, le perversioni più inconfessabili - la simonia, l’ignavia,  l’accidia,  il solipsismo, la fornicazione, la depravazione contro natura, la xenofobia, il genocidio.

Terminata l’anamnesi,  si visualizza la mappa di un cervello: il tuo cervello. Turno dopo turno,  ne viene prima disegnata la parte più antica, specializzata nel controllo delle funzioni automatiche, come la vigilanza, la respirazione e la circolazione,  comprendente le parti del midollo che terminano nel tronco cerebrale. In seguito si visualizzano i centri sovrapposti a queste strutture, laddove le spose celebrano i lutti, l’ira e l’invidia accorciano la vita, pallide e caudate emozioni erodono il tempo a noi assegnato, il nome del giusto è benedetto e quello degli empi imputridisce, la sorgente della vita zampilla:  il talamo, l'amigdala,  i nuclei del putamen, l’ippocampo, le fluide volute subventricolari. Sorge infine la corteccia, ad integrare e coordinare le funzioni di tutte le altre strutture nervose: soprattutto quelle  superiori,  l'intelligenza razionale e il linguaggio, senza le quali non siamo altro che bestie.

 

Completata la fase di creazione di una zona o di un livello del cervello, si entra nel vivo. Cliccando su un certo numero di icone corrispondenti a messaggi inibitori o eccitatori, il giocatore sceglie di attivare quelle che preferisce fra le combinazioni  potenzialmente generabili dal software,  connettendo così in misura più o meno ampia i singoli elementi che costituiscono l’insieme della rete neuronale. Può decidere di attivare decine, centinaia o migliaia di sinapsi, mettendo in relazione le aree più lontane del cervello.

L’obiettivo è sviluppare la propria materia grigia per poter simulare processi psichici sempre più complessi e raffinati, che sono riletti ed interpretati dal sistema in maniera ogni volta diversa e sorprendente. Visivamente siamo posti di fronte ad un lavoro certosino che spesso sfoggia dei veri e propri capolavori artistici: come la superba riproduzione delle tue paure  sotto forma di acqua,  fuoco e  terra, o dell'alternarsi schizofrenico del giorno e della notte in scenari dalla geometria impossibile, dove un pianeta ha tre lune, una per ogni tuo tic, o gira attorno  ai colori incredibili  delle tue stellari inibizioni. Difficile poi rimanere indifferenti quando una  fissazione si traduce  nelle forme di una affascinante piratessa vagante tra cascate nevrotiche in mezzo ad una giungla fitta di pregiudizi o alle prese con battaglie cruente tra  galeoni di pensieri ossessivi, mentre  complessi di inferiorità esplodono  e spari superegotici riecheggiano intorno a te.

Anche il sonoro non è male: se supportato da un hardware adatto, compatibile con un sistema SuperSurround Dolby System Wimax per Home-Theatre 3-D di ultima generazione, è in grado di riprodurre anche la musica delle nove sfere di Scipione, in una piacevole versione jazz-rock latinoamericano, e persino la sinfonia del Gravitone  eseguita da un sintonizzatore Yahamaha capace di riprodurre elettronicamente l’intera gamma degli undici milioni di vibrazioni diverse potenzialmente emesse da un complesso d’archi formato da migliaia di strumenti.

Ma occorre muoversi con molta cautela, senza lasciarsi sopraffare  dal perfido e astuto Incantatore, che può insinuarsi in noi, per via dei sensi, della fantasia, della concupiscenza, della logica utopistica, o dei disordinati contatti sociali nel corso del nostro operare durante il gioco, per introdurvi divisioni, altrettanto nocive quanto all'apparenza conformi alle nostre strutture fisiche o psichiche o alle nostre istintive, profonde aspirazioni.

L'unità di base del videogame è il neurone, altamente differenziato e specializzato per la raccolta, l'integrazione e la conduzione di impulsi nervosi. All’inizio le alternative offerte dal gioco sono piuttosto limitate, ma, proseguendo nella partita, ad ogni turno il cervello si sviluppa e  il numero di scelte possibili aumenta in progressione geometrica. Come un microcalcolatore, ogni neurone   analizza ed integra i segnali che gli pervengono in base agli input inseriti durante l’assessment iniziale (che si aggiungono a quelli immessi all’inizio di ogni turno precedente) e, con un processo algebrico, decide se emettere o meno, a sua volta, un segnale nervoso. In relazione al numero e al tipo di neuroni che vengono  collegati (viene data la possibilità di scegliere fra cinquanta diversi tipi di neurotrasmettitori), il software visualizza lo svolgimento del processo sinaptico di volta in volta creato sotto forma di immagini tridimensionali. Gli spettri nella tua testa prendono vita, si muovono, vivono delle storie, riproducono interi periodi del tuo passato, aprono squarci sul futuro.

Il rischio è che se fai procedere la crescita dei processi cerebrali troppo velocemente o troppo lentamente, o se commetti qualche errore nella procedura d’attivazione delle sinapsi, puoi decretare la vittoria dell’Incantatore: i tuoi fantasmi cadono nelle trappole predisposte dal Nemico ed entrano nei labirinti della paranoia, della nevrastenia, della psicosi, talvolta di forme patologiche imprevedibili e persino sconosciute agli stessi psicanalisti. Per questo Brain re-costrunction è proibito e la sua detenzione è punibile penalmente. E’ accaduto che, a causa dell’immedesimazione del giocatore con il videogame,  alla follia del cervello virtuale sia corrisposto l’insorgere di una identica forma di pazzia nel cervello reale.

E’ però un rischio che vale la pena di essere corso. Trovo affascinante  lo spettacolo offerto  dalla traduzione di emozioni,  fantasie, paure, ossessioni, superstizioni nelle fantastiche forme offerte dalla stupefacente computergrafica resa disponibile dai geniali progettisti del software, i fratelli Swarosky. “Il dispositivo psichico come cinema”, recita la pubblicità del videogioco, una volta tanto veritiera.

Totalmente coinvolgente poi è la modalità multiplayer, con la quale, connettendoti in Rete,  crei una matrice onirica condivisa con altri giocatori. Uno spazio-tempo unico e comune in cui, da desti, si entra in contatto con  mondi privati  che solo ai singoli dormienti sono in genere accessibili. Alcune creature che popolano la Rete (come le caratteristiche pecore elettriche) fra l’altro non sono derivate dai ricordi o dalle sensazioni  di persone reali:  sono costruite artificialmente per rendere più eccitante e varia l’esperienza di gioco. Il risultato complessivo è un universo   irreale assolutamente realistico, in cui provi la sensazione che morte sia quanto vediamo da svegli e che solo quando sogniamo siamo veramente vivi.  

 

Brain re-costruction può creare una vera dipendenza psicologica anche perché, come un tamaghotchi, una volta avviata una partita non puoi interromperla, pena l’entrata in coma irreversibile del cervello virtuale e l’obbligo a cominciare tutto daccapo. Io ero riuscito a fare evolvere la mia creazione ad un livello già abbastanza elevato, ma volevo provare ad aumentare la difficoltà. Prima di andare a casa di Parker, mi ero collegato in rete, risposto alle questioni che il programma proponeva per quel turno di gioco, visto crescere il lobo frontale sinistro, il nodo cosmico del mio cervello. A quel punto digitai una combinazione di connessioni particolarmente complessa.

Feci partire uno stimolo  gradito alla corteccia frontale e diedi inizio alla produzione di dopamina, un neurotrasmettitore legato al piacere e all´euforia, per contrastare l’immediata resistenza opposta dall’amigdala. In un´altra regione cerebrale, l´ipotalamo, scatenai una serie di cambiamenti corporei: dilatazione delle pupille, aumento dell’afflusso di sangue al cuore e della sudorazione, arrossamento della pelle,  respirazione  breve e affannosa.

Non del tutto soddisfatto,  aumentai l´intensità della tempesta biochimica che volevo scatenare. Spinsi al massimo le potenzialità di attivazione del glutammato. Feci crescere ancora i livelli di dopamina, e, assieme ad essi, quelli di due altri neurotrasmettitori, noradrenalina e PEA. Il risultato avrebbe dovuto essere, secondo i miei calcoli,  uno stato di vertigine ed ipereccitazione, simile a quello provocato da una dose leggera di anfetamine. Per evitare che il mio cervello  si cortocircuitasse,  abbassai prudentemente la produzione di serotonina. Aggiunsi però anche l’attivazione automatica, in caso fossero insorti rischi di depressione, inerzia o astenia, di una procedura d’emergenza, chiamata Antimao, poiché  comporta il blocco irreversibile delle monoaminossidasi (MAO), enzimi che distruggono le monoamine cerebrali (noradrenalina, adrenalina, dopamina e serotonina). Quindi cliccai il bottone “start”. Il programma mi avvisò: “Occorreranno circa 24 ore per produrre la visualizzazione. Conferma?”. Confermai e me ne andai alla festa.  

 

.     .     . 

 

Il mio armeggiare aveva lasciato la visitatrice del tutto indifferente: non diceva, né nascondeva nulla. Almeno avesse accennato a qualche cosa. Macché, niente. Restò sulla sedia a dondolo, la testa protesa in avanti, come in attesa di qualche evento eccezionale. Una pestilenza, un terremoto, un’invasione di cavallette, chissà.

Mi domandai cosa volesse da me e se la sua presenza avesse qualche relazione con i fatti avvenuti prima che perdessi i sensi. Non riuscivo ad interpretare la qualità del suo silenzio. Il silenzio  ha rapporto con la pace quanto con il tormento o l'angoscia o la paura, o il senso di solitudine, di liberazione o di costrizione. Può essere strumento di egoismo, di ritiro dal mondo, di indifferenza, così come un mezzo formidabile di ricerca, di introspezione, di auto-esplorazione, di meditazione, di ascolto, di confessione, di impegno con se stessi, inizio reale di un cambiamento del proprio modo di essere e di agire verso sé stessi e verso il prossimo: un “silenzio irenico”, il modo più elevato per prendersi cura degli altri. Il silenzio può essere estremamente articolato e loquace, come quello dei giovani che preferiscono parlare tramite i propri abiti, consumi, oggetti o modi di addobbare la propria camera, in un assemblaggio che muta continuamente e che gli adulti in genere non capiscono. Dipende insomma dallo stato d'animo, dal carattere, dall’età, da un eventuale complesso, dalle situazioni. In quella attuale potevo escludere di essere davanti al silenzio di chi, dopo essersi proposto di  avvicinare qualcuno con studiati indirizzi di saluto, trema, impallidisce, e, sentendo il panico strozzargli la gola, resta muto. Quella donna sembrava aliena da paura o intrepidezza. O da un qualsiasi sentimento. Connotato standard delle donne in cui mi imbattevo, pensai. Possono essere brune enigmatiche, rosse da capogiro o bionde dallo sguardo glaciale. C' e' soltanto una cosa che le accomuna: di loro non ci si puo' fidare. Donna uguale tradimento, beffa, dolore. Forse addirittura morte. Tutto questo mi era chiarissimo, tuttavia non era semplice sciogliere l’ambiguità del suo non parlare senza  tradire emozioni.

Era un silenzio che rifiutava la comunicazione o era un silenzio in ascolto,  che lasciava a me, come prima mossa, l’apertura di un contatto nuovo, diverso rispetto alle consuete forme di dialogo? Nella prima ipotesi, il silenzio della sconosciuta era forse un esercizio di potere, rimandava al suo essere in possesso di una conoscenza essenziale ma che voleva tenere celata, per determinare un dislivello di potenziale fra noi. Un silenzio che voleva creare angoscia, farmi regredire ad una condizione infantile, indifesa, per potermi manipolare, umiliare, sfruttare, schiacciare o  scortarmi inerte in un suo  padiglione segreto dopo avermi cucito la lingua. Così sembrava suggerire la silenziosa luna di miele, con il viso per tre quarti celato da un velo arabo di nubi zuccherine, che dall’esterno mi guardava  con occhio gocciolante di pianto; e si sa che, quando la luna piange le sue lacrime dolciastre, “piange con lei ogni piccolo fiore, come per qualche castità violata”. Brutto segno. 

Ma poteva anche essere, quello della rossa,  un silenzio esercitato perché venisse alla luce qualcosa di non ancora noto ad entrambi: un silenzio che era ancora al di là, o al di qua, o a lato di un sapere condiviso. In tal caso mi sarebbe convenuto incoronare l’esangue ombra  mia regina e partire: insieme, silenziosi, ad inseguire  la notte, dirigendo con lei la nostra rotta intorno al mondo. “E senza cura aver di tregua alcuna, volar più lesti dell'errante luna.”

Rivolsi uno sguardo verso il Narciso Negro, sperando che mi suggerisse una risposta. L’africano ricambiò la mia occhiata con il suo sorriso indecifrabile. Fissai il suo volto inaccessibile: il volto del marmo, della sfinge, dell’enigma. Avevo avviato la mia  domanda lungo sentieri che quella maschera impenetrabile aveva reso remoti, inaccessibili e insensati. La mia richiesta si muoveva strisciando tentatrice e adulante, consapevole che se gli unicorni possono essere ingannati con gli alberi, gli orsi con gli specchi,  gli elefanti con i baratri e i leoni con gli unicorni, gli uomini non sanno resistere a chi si appella alla loro vanità:  ma si avvolgeva lungo l’albero di una conoscenza che rifiutava di offrire i suoi frutti. Il mio muto compagno pensava così di attuare l’insegnamento secondo cui l’eloquente silenzio è una delle grandi arti della conversazione? O si trattava di una mera pratica wittgeinsteiniana? Maledissi il negro. In quel preciso momento, ricordai di avere già incontrato la bambola in precedenza.

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solo testo 6 capitolo 5

venerdì, 29 aprile 2005

Quadro clinico n. 4: Donne sul ponte 

Un grappolo ideario subconscio e vagante di input viscerali per lo più cutanei (prurito, vellichìi, la posizione del braccio che ero riuscito a muovere) dette luogo a una fase preonirogena in cui vidi, dimenticandoli subito per la loro rapidità, dei lampi di luce, dei segmenti geometrici, dei suoni materializzati in assurde allucinazioni acustiche. Venni attirato verso  quel mondo subatomico in cui gli elettroni girano perennemente su orbite prestabilite mossi da forze elettromagnetiche impegnate in un perverso gioco di tipo compulsivo-ossessivo. Il tormentoso dormiveglia infine mi ghermì, trascinandomi nell’Ade sotterraneo dell’incoscienza, in un anfratto recondito del cervello dove l’adamantina luminosità del giorno stava cedendo alle insidie tessute da oscuri presagi serali.  

 

Nel subdolo bagliore crepuscolare, inconsistenti spire ametista avvolgevano un gruppo di abeti, coperto da un  manto nevoso. Ai margini del boschetto c’era una casupola, simile alla capanna di Baba Jaga dipinta da Hartmann, da cui si snodava una striscia fangosa raggrumata in gelidi cristalli iridescenti, che conduceva alle venature rosate di un ponte marmoreo. Tre giovani donne silenziose, appoggiate al parapetto, fissavano la gabbia di ghiaccio in cui era imprigionata la corrente zaffirina del fiume. Volteggiando sopra di loro, un falcone maltese (o un corvo, forse) tracciava  larghi anelli concentrici nell’aria immota.  

 

Un uomo si stava avvicinando. Sapevo che si chiamava Nazgul Scrooge e che moltissimi anni erano trascorsi dall’inizio del suo viaggio: quando era il più celebre sarto della Danimarca. A quei tempi, nessuno poteva eguagliarlo nel creare vesti semplici e raffinate, uniformi di spartana ricchezza, paramenti sacerdotali tanto sontuosi quanto austeri. Ognuno di quei capolavori, tuttavia, agli occhi del suo artefice era corrotto da vizi nascosti.  

 

Si trattava in realtà di difetti quasi impercettibili (due disegni geometrici sull’orlo di un ricamo che, per poche frazioni di millimetro, non risultavano esattamente simmetrici, ad esempio): essi, però, impedivano a Nazgul Scrooge l’accesso alla perfezione assoluta cui anelava disperatamente. Ogni volta che terminava un vestito avrebbe voluto distruggerlo e ricominciare da capo, pur di cancellare i microscopici errori commessi, a lui solo visibili. E lo avrebbe fatto, se le necessità del commercio non gli avessero imposto di rispettare i tempi di consegna. Non lo rasserenava per nulla la constatazione che i suoi clienti continuavano a crescere e che il fegato dei concorrenti era assai malridotto. Moltiplicava invece gli sforzi per affinare la propria arte al massimo grado, con studio assiduo e minuziosa applicazione; ma ad ogni piccolo progresso seguiva, fatale, la scoperta di nuovi e impreveduti spazi di miglioramento. 

 

Continuò così a rendersi infelice ricercando la suprema eccellenza. “La sapienza estrema da dove si trae? E il luogo dell’intelligenza  dove è?”, si arrovellava. Fino a che, il giorno del trentesimo compleanno, Yorick Kurosawa, il profeta, lo convocò presso le antiche rovine circolari, da lui  elette a propria dimora, e gli disse:  

 

"Se seguirai la stella che vedi ardere ad oriente del polo, troverai chi custodisce il segreto della più sublime fra le opere di sartoria: un abito la cui stoffa ha la stessa consistenza dei sogni".  

 

Spinto dal desiderio di carpire la conoscenza che sola avrebbe potuto placare la sua brama, il sarto aveva chiuso il negozio, si era congedato dalla famiglia ed era partito verso Est. 

 

Vidi Nazgul Scrooge affrontare  tigri, leoni e draghi; sfuggire alla morsa dell’orso polare e ai denti aguzzi del pescecane bianco dei tropici;  inerpicarsi su strani monti biforcuti dove scoprì deserte cittadelle turrite; discendere per ripidi strapiombi, arrivando ad uno spettrale promontorio azzurro-acciaio sormontato da quattro sparuti alberi  senza un fine, un progetto o una apparente funzione; senza neppure un fanciullo da far giocare, uno scoiattolo cui dare rifugio, un’ombra da offrire a un viandante accaldato o almeno al suo sepolcro; ancor più  soli, isolati, dis-locati che in una poesia di Emily Dickinson, scuotevano titubanti la loro squallida chioma davanti  al mondo,  ingannando sé stessi con aeree visioni  fatte accorrere su quell’oceano selvaggio...  

 

Nazgul, instancabile, ripeteva le sue domande: “La sapienza suprema da dove si trae? E il luogo dell’intelligenza dove è?”. Ma gli abissi dicevano: “Non presso di me!”, e  il mare: “Neppure presso di me!”. Silenti rimanevano le montagne e gli uccelli del cielo non conoscevano la risposta.  

 

Fiera dopo fiera, fortezza dopo fortezza, montagna dopo montagna, oceano dopo oceano, le sue speranze, possenti nuvole cariche di gloria, da principio, si dissolsero in vacui vapori, illusorie fantasmagorie vespertine disperse come pula portata dal vento, come schiuma leggera sospinta dalla tempesta, come il ricordo dell'ospite di un giorno perduto.  Stremato, fece il suo ingresso a Cawdorèbron: un piccolo, puzzolente villaggio sperduto in terre ignote. Aveva il fisico minato dalla febbre tifoidea e dalle eccessive dosi di gin ingerite nel corso delle lunghe peregrinazioni.  

 

Un medico, di nome Parce Meiresthai, era venuto a curarlo e a lui aveva raccontato la sua storia. Era grasso e sudaticcio, con l’aria di chi la sa lunga sugli effetti negativi dell’alcool: più per esperienza diretta, che per la pratica derivante dall’esercizio della professione. Portava gli occhiali e dalle orecchie a forma di siluro spuntavano le cannule metalliche di uno stetoscopio. Gli scarsi capelli erano grigio incrociatore e della stessa tonalità erano gli sparuti baffetti che schizzavano verso l’alto come i cannoni di una batteria antiaerea. Nel complesso la sua figura avrebbe potuto richiamare alla mente l’immagine di una solida nave da guerra; non si può escludere che secoli prima questo accadesse. Adesso, però, ricordava più una vecchia baleniera strapazzata dai marosi della vita e dai colpi impietosi dell’età avanzata.  

 

"Le tessitrici Gaspàtropo, Melchìs e Clotobalda, le tre sorelle che abitano nel bosco vicino al fiume, dopo il ponte di Varalio, possiedono quanto stai cercando", sentenziò al termine della visita il dr Meiresthai.  

 

Ecco perché Nazgul Scrooge si avvicinava al nero volatile e alle icone femminili assorte nella contemplazione dell’acqua ghiacciata. Camminando cercò di rendersi presentabile, ma non riuscì a ripulirsi dalla polvere accumulata durante il viaggio che ormai viveva dentro di lui, poiché per troppo tempo la aveva respirata.  

 

Era la sera dell’Epifania. Da lontano giunsero i rintocchi di una campana che chiamava i fedeli alla messa di rito.  

 

"Sono loro, sono loro: la campana suona per me e lo conferma! Le seguirò fino al Paradiso o all’Inferno, se sarà necessario: andrò e sarà finita", pensò impaziente. 

 

La pallida luce del sole morente, come un’esperta sirena desiderosa di eccitare i sensi dell’amato Tritone e trascinare verso l’intimità delle sue acque impure  chi per natura alla rovescia orbita negli incorrotti spazi siderali, si abbandonava con estenuante lentezza alle lusinghe dell’imbrunire. Questi, in preda ad una sconcia libidine, protendeva verso di lei mille lunghi tentacoli polipeschi. L’eccitazione aveva provocato nell’ambiente un eccesso della proteina che, quando si stringe alle molecole di astaxantina, la sostanza responsabile della tinta  delle aragoste, assorbe progressivamente la luce di colore rosso. Il paesaggio circostante si dissolveva così in un acquario di infinite varietà cromatiche. Un limpido giallo-zebrasoma,  l’arancione occulto di un  pagliaccio di Clark nel suo anemone rosa,  gli orli porpora di un gruppo di pesci cardinale dai corpi bruno-verdi percorsi da una linea longitudinale blu vivo, trasmutantesi in quello elettrico di uno squadrone di combattenti in arrivo fra centinaia di braccia decorative e vistose, agitate per protesta da Echinodermi Asteroidei disturbati da tutta quella agitazione che violava il pudore della loro vita bentonica: fino ai primi accenni di un inchiostro sparato da una claustrale seppia estremamente irritata, nerissimo.  

 

Quando arrivò al ponte, una delle tre ragazze, occhioglauca, altissima e biancovestita, si voltò. Era bella? Difficile dirlo. Guardandola, Nazgul Scrooge ebbe la vaga impressione che il bello potesse talvolta essere brutto e il brutto bello. Non riuscì a precisare meglio le proprie sensazioni: fu distratto da un improvviso soffio di vento freddo che scompigliò i capelli biondo-oro della giovane donna, riportandolo alle ragioni della sua ricerca. La temperatura si era abbassata e l’uomo fu scosso da un brivido quando chiese: 

 

"Siete voi le tessitrici del paese?"  

 

La donna annuì. 

 

"Ed è vero che potete cucire abiti con lo stesso materiale di cui sono fatti i sogni?"  

 

Lei lo guardò con un sorriso di scherno. Poi, con una voce profonda, che sembrava provenire dai livelli più inaccessibili della terra, rispose:  

 

"E’ vero".  

 

"Come posso ottenerne uno?", domandò ancora l’uomo.  

 

La donna scoppiò in una risata cupotonante, che risuonò a lungo nell’oscurità:  

 

"Povero sciocco, temerario ed indiscreto!", esclamò. “Non hai ancora compreso che il luogo della sapienza non si trova sulla terra dei viventi?”  

 

“Ma io ti pagherò”, insistette Nazgul, “con l’oro di Ofir,  con il prezioso berillio, con lo splendente zaffiro. O, se preferisci, ti darò montagne di cristallo, mari di corallo e di perle purissime, distese infinite di topazio d’Etiopia.”  

 

Non ebbe risposta, ma a quelle parole anche le altre due ragazze si girarono: un’espressione maligna aleggiava sui loro visi. Esse tenevano in mano una specie di saio leggero e trasparente, segnato da intricati disegni. Nazgul Scrooge riuscì a distinguere astrusi paesaggi, volti deformi di vecchi e bambini, enigmatici simboli di una lingua sconosciuta: immagini inesplicabili ma in qualche modo connesse intimamente alla sua esistenza, piante velenose e carnivore radicate nei recessi più segreti della sua anima. Staccando a fatica lo sguardo dagli indecifrabili arabeschi, vide che l’uccello (un corvo? Un falcone maltese? Non riusciva a decidersi) si era posato sul parapetto. Dalle sue pupille crudeli sembrava si sprigionassero lampi sulfurei.  

 

Il maestrale soffiava impetuoso adesso, portando con sé l’eco di cori sacri celebranti la gloria del Signore. Un timore irrazionale  cresceva nel petto di Nazgul Scrooge.  

 

"L’Abito è pronto!", affermò con una stridente voce infantile la seconda donna. 

 

Il suo corpo emanava un putrescente odore d’incenso e la lunga chioma di un rosso vivido, quasi arancione, guizzava nell’aria come un’ardente lingua di fuoco: 

 

"Io stessa ho preparato i fili di cui è composto". 

 

"Anch’io ho svolto il mio compito: ho disposto l’ordito e l’ho profumato con mirra d’Arabia", aggiunse, scrutandolo con occhi follemente selvaggi, la terza, una fanciulla mora che portava un buffo cappellino di paglia adornato da un nastro verde.  

 

"L’opera non è conclusa  solo per colpa sua. Gaspàtropo",  continuò petulante la giovane dalla vocetta infantile, indicando colei che aveva parlato per prima, "non ha ancora terminato il lavoro".  

 

Mulinelli di nevischio stringevano Nazgul Scrooge nel loro abbraccio soffocante, innalzando una barriera impenetrabile fra lui e le famiglie di contadini che, dopo aver assistito alla funzione religiosa, tornavano giubilanti alle loro cascine. L’uomo, ormai impietrito dal terrore, colse un rapido balenio d’acciaio. Un paio di forbici era apparso nelle mani della bionda.  

 

"Hai ragione sorella, ma è venuto il tempo di recidere l’ultimo filo e l’Abito sarà ultimato", disse la bionda, approssimandosi al saio, da cui sporgeva una sottilissima striscia di fibra color rosso sangue. Nazgul allora comprese e per la prima volta scrutò appieno il proprio destino. Capì troppo tardi quale era il luogo dell’intelligenza, quale era il prezzo dell’Abito e del potere della suprema sapienza. 

 

"Non farlo, non farlo!", gridò il vecchio sarto, prostrandosi ai piedi delle tre donne, con le spalle contratte, le braccia e le mani strette al capo.  

 

L’angoscia che lo attanagliava gli deformava i lineamenti del viso, trasformandolo in una orrida larva. Il suo urlo si levò verso le stelle brillanti e  una splendente cometa. 

 

Con un secco colpo di forbici il filo venne tagliato: il cadavere dell’uomo crollò a terra. Il falcone maltese (o, forse, il corvo) si alzò in volo, strappò, con gli artigli robusti, l’Abito dalle mani delle tessitrici e si dileguò nella scintillante nerezza del cielo parato a festa.

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solo testo 6 capitolo 4

giovedì, 21 aprile 2005

Quadro clinico n. 3: Chiamata dalla tomba  

 

Di norma si ritiene che nulla sia così chiaro ed evidente come il concetto di volontà: filosofi insigni, come Schopenauer, hanno costruito imponenti sistemi filosofici su questa convinzione. Allo stesso modo si crede che per agire sia sufficiente la volontà. Da quando mi ero risvegliato, invece, comprendevo sempre meglio che la volontà è qualcosa di molto complicato. Per quanto tendessi con tutto me stesso ad alzarmi dalla sedia per cercare aiuto, il mio corpo continuava a non rispondere alle sollecitazioni. Persino il prigioniero incatenato nella caverna di Platone si sarebbe potuto muovere con maggiore agilità.  

 

Ero però abbastanza soddisfatto. Se riuscivo a vagare tra gli avvenimenti della sera precedente, elencandoli in maniera così minuziosa, sussistevano buone possibilità di intravedere, dietro la nera schiena del tempo, anche quanto era successo in seguito. La traccia mnestica di quegli specifici eventi sembrava essere sul punto di abbandonare la rigidità cadaverica in cui si era immobilizzata insieme al sistema più complessivo di rapporti individuali e di ricordi personali che, nel flusso di un movimento perenne, si coniugano con quelli degli altri esseri umani, costruendo così delle esperienze comuni.  

 

Quando questo processo è bloccato e per qualche ragione – tipo un calo proteico tale da inibire la produzione del gene chiamato GRID2 o l’insorgere di malattie ereditarie come l’atassia cerebellare – il dialogo fra cervelletto e amigdala si interrompe, pensai, si può supplire al vivere una esperienza, o all’averla dimenticata, con il racconto, che ce la   restituisce permettendo il superamento dei vincoli spazio-temporali, l’abbattimento dei limiti individuali e la costituzione della memoria collettiva. Era il mio caso. Potevo dunque traslare, per analogia, il ragionamento alla contingenza che stavo attraversando. Per ricostituire l’integrità della mia coscienza dissociata avevo bisogno di qualcuno che mi narrasse gli accadimenti di cui ero stato protagonista nelle ultime ore. Come si rivelò Ulisse, che pianse  ascoltando il canto di Demodoco, e Claudio, che squittì, preso in trappola, assistendo ad uno spettacolo teatrale,  avrei potuto scacciare il ricordo del recente passato dall’angolo della circonvoluzione cerebrale dove insisteva a nascondersi, se un disinfestatore accorto avesse predisposto una rappresentazione adeguata.   Kurtz avrebbe fatto al caso mio.  

 

Mi premeva quindi assai ascoltare la sua opinione su tutta la faccenda, ma mi teneva il muso. Si era offeso perché gli avevo gridato di stare zitto. D’altro canto, da quando si è dedicato alla meditazione sui romanzi polizieschi  ha perduto del tutto la testa. Giorni, settimane, mesi interi sempre dietro alle indagini autoreferenziali di Edipo, ai trucchi cinerei di Daniele, ai dubbi superflui di Amleto, ai filosofemi improbabili di Zadig, ai crimini intricati di Jonathan Wild, agli effetti causali di Caleb Williams, alle cialtronesche memorie di Vidocq, ai misteri grotteschi ed arabeschi di Dupin, ai lugubri omicidi  di Emile Gabouriau, alle pietre lunari di Wilkie Collins, agli pseudo-sillogismi di Sherlock Holmes, ai boriosi preti di Chesterton, ai  noiosi rompicapo di Poirot, ai ripetitivi meccanismi logici di Edgar Wallace, ai cazzotti instancabilmente incassati da  Marlowe, ai terrori infantili di Maigret, alla giurisprudenza positronica della U.S. Robotics, alle sedentarie abbuffate di Nero Wolfe, alla toponomastica cervellotica di P.D. James  e alle ancor più dozzinali avventure dei loro innumerevoli imitatori. 

 

Rinuncia a dormire per addentrarsi, percorrendoli infinite volte, nei risibili labirinti fatti d’inconsistenti enigmi che tengono occupati i suoi eroi, al fine di ricavare da quelle storie insulse un superiore senso metafisico, mentre nemmeno Kafka riuscirebbe, quand’anche resuscitasse apposta, a cavare qualcosa da quegli intrighi banali e da quei personaggi primitivi. E’ vero che conversare con persone di altre epoche, leggendone gli scritti, è quasi lo stesso che viaggiare e se ne può trarre un beneficio simile: ma quando si dedica troppo tempo all’estero si diviene alla fine stranieri nel proprio paese. Inoltre, a furia di strofinare la propria intelligenza su quelle nere favole e quelle fiabe gialle,  si accendono le fiamme dell’immaginazione, che scambia la realtà con il suo contrario e non prova più nulla che non le sembri di aver già letto da qualche parte: ma  chi regola i propri costumi sugli esempi che da quelle letture si possono trarre, si espone al pericolo di cadere nelle stravaganze dei paladini dei romanzi e  concepire disegni che sorpassano le sue forze.  

 

Così Kurtz si è sprofondato tanto in quella roba, adatta solo a gente stanca o malata, da essersi convinto di essere un formidabile investigatore. E’ diventato il Don Chisciotte delle detectives stories,  il Monsieur Bovary del delitto immaginario, il Robert Wringhim dell’omicidio seriale, il Cèsar Palladion dei thriller da edicola di stazione ferroviaria.  Quando parte per la  tangente con le sue deduzioni e controdeduzioni diventa insopportabile. Elabora storie compatte, continue, abbondanti, fluide: senza provare nessuna fatica, né pena, né intoppi, perché viene dominato dalla gioia esorbitante dell'affabulazione. Ha la capacità di arricchirle con mille trovate e  particolari agghiaccianti che non finiscono di stupirmi.   

 

E, a un bel momento, di annoiarmi. La vita del poliziotto non  riflette l’ombra del passato, non può essere rispettosa per gli antenati, non ha il culto dei classici. Nessun racconto o romanzo poliziesco può esaurire o anche soltanto avvicinarsi alle infinite possibilità che la mente criminale pone in atto, qui e ora, nella realtà. Davanti ad un cadavere, è una pura perdita di tempo rincorrere le spiegazioni fantastiche, le messe in scena barocche, le abduzioni di terzo livello, i veleni esotici, i filtri magici, le pozioni diaboliche che Kurtz non si stanca di propinarmi. I fatti non sono mai quello che appaiono: però non si può pensare di scardinare la cassaforte che ne custodisce la verità e il senso ultimo con il mero grimaldello dell’eloquenza, la semplice fiamma ossidrica della retorica, il rigido software della sofistica, il plastico sconvolgente dell’invenzione fantastica. Ma guai a tacitarlo. Non si rende conto che, talvolta, il silenzio deve gridare, per essere ascoltato. Tipo suscettibile, Kurtz. Irritante, pure. Dopo il mio urlaccio, si era ammutolito per qualche minuto; poi, incapace di tacere com’è, aveva cominciato a recitare, in sordina:  

 

"Era la brilla/ e i fanghilosi tavi/ ghiravano e ghimblavano nel biava/Mensi e procervi/ erano i borogavi/ e il momico rattio/ superiava...".  

 

Tipico. Quando attaccava con i "fanghilosi tavi", era meglio lasciarlo perdere. Quel satanasso era capace di andare avanti per ore, ripetendo gli stessi diabolici versetti all’infinito.  

 

.     .     .

Lasciai dunque Kurtz  a bollire   nel suo   brodo.   Provai piuttosto  a concentrarmi fissando l’attenzione sulla stampa sbiadita vicino allo specchio, benché  l’interno della stanza stesse divenendo sempre più buio.  Secondo l'orologio era ancora giorno, eppure un’oscura assassina soffocava la pellegrina lucerna del mondo. Era un fenomeno naturale dovuto al predominio della notte in quel periodo dell’anno, o era la vergogna del giorno a far sì che le tenebre chiudessero nella loro tomba la faccia della terra, mentre la viva luce avrebbe dovuto baciarla?  C’era un che di innaturale nell’atmosfera.  Mi sovvenne che il martedì precedente un falco, mentre montava in altura, era stato ghermito, ed ucciso, da un gufo cacciatore di topi.  

 

.    .   .

L’opera riprodotta era un pessimo dipinto di Lewis Boojum   raffigurante   un   non meglio identificato "Narciso negro Re del Congo". Sullo sfondo, un’immane biblioteca  si distendeva fino in fondo al quadro e oltre, dando la sensazione d’essere infinita. L’individuo ritratto in primo piano sembrava invece presiedere un primitivo tribunale. Teneva fra le mani uno strumento arcuato, una specie di falce che gli conferiva un aspetto da villico più che da sovrano. In testa portava un singolare cappello a cilindro calcato sulla chioma aggrovigliata e di spropositata lunghezza. Aveva l’espressione sconvolta di un accanito fumatore d’oppio e un orribile ringhio ne intagliava il volto devastato: tuttavia l’africano mi era simpatico. I suoi occhi scuri lasciavano trasparire le tracce di un cuore tenebroso, ma anche il coraggio di chi avrebbe affrontato senza timore tutti i diavoli dell’Inferno. Non mi sarebbe spiaciuto bere un Martini insieme a lui al Mocambo.  

 

Visto che stentavo a ricordare il mio recente passato, dal negro avrei potuto ricevere qualche vaticinio sul mio futuro. O su uno dei miei tanti futuri possibili e alternativi. Sul futuro, diceva Jorge, il veggente cieco, l’unica cosa che possiamo  affermare con sufficiente certezza   è che  allora saremo diversi da come siamo adesso. D’altro canto,  è stato il poeta W.H. Auden, se non sbaglio, a sottolineare che il futuro, per quanto differente dal presente, sarà sempre il nostro futuro, e non quello di qualcun altro. Altrimenti sarebbe assai diffuso il dubbio schizofrenico di Alice,  che, dopo una lunga serie di trasformazioni e di dialoghi immaginari con un’altra sé stessa,  è colta da una incertezza ontologica radicale: sono Alice o la sua stupida amica Mabel?  

 

E io, chi ero? Chi ero stato e cosa sarei divenuto? Forse nei miei sogni, in quegli agitati movimenti dell'anima, avrei trovato una risposta, una rivelazione relativa alle varie cose, buone e cattive, che mi sarebbero avvenute.  Sospettavo che lì si condensassero passato, presente e futuro; che lì  le memorie della vita trascorsa e  le preoccupazioni di oggi modellassero le aspettative per il domani che deve venire. Sognare, in fondo, non è che mettere  in scena, come registi segreti, molteplici variazioni di noi stessi,  narrare in modi sempre diversi storie che ricombinano materiali aleatori, ricostruendoli secondo  linee prospettiche casuali, quasi estratte a sorte nell’imprevedibile lotteria del destino. 

 

Quando avevo esposto questa mia intuizione a Deckard, lui mi aveva spiegato come, in base ai suoi studi,  i sogni si distinguono in tre categorie. In primo luogo il somnium, o sogno simbolico, caratterizzato da un linguaggio enigmatico che deve essere interpretato: il tipo di sogno a cui io facevo confusamente riferimento. Segue poi l'oraculum, ovvero l'apparizione di un personaggio che enuncia una profezia sul futuro del sognatore: in questo caso il linguaggio non è enigmatico, ma esplicito e diretto. Per terza viene la visio, ovvero una manifestazione, non mediata dal racconto o dalla profezia di nessuno, di ciò che accadrà al sognatore. 

 

Aveva sviluppato su queste basi anche una tecnica particolare per l’interpretazione dei sogni, una via di mezzo fra le pratiche orientali dell’I Ching, rivalutate anche da Jung, e la pratica del «salterio onirico», che affondava le sue origini nel Medioevo cristiano e godeva delle simpatie di Freud: un sognatore gli confida la propria visione notturna e lui, dopo aver aperto a caso  un album originale della Marvel Comics e aver letto una frase della pagina in cui si è (misteriosamente, provvidenzialmente?) aperto  il fumetto, fornisce il significato del sogno. 

 

Anche se in quel momento non aveva voglia di discutere, sapevo che Kurtz non concordava né con me, né, tanto meno, con Deckard. Secondo lui, come secondo il pazzoide studiando il quale aveva tratto i propri convincimenti, i sogni presentano immagini dell’essere e non del divenire. Un sogno non è tanto un commento sulla vita e un’indicazione sulla sua direzione evolutiva, quanto una enunciazione proveniente dalle nostre profondità psichiche più interne, fredde, dense, immutabili. Non possiamo, sostiene, rivolgerci al sogno con speranze di progresso, trasformazione o rinascita.  

 

D’altronde, Kurtz è  convinto che compito  della voce della coscienza sia richiamare l’uomo alla sua nullità. “L’essere umano”, sostiene, “è il nullo fondamento di un nullificante.” Affermazione che trovo poco comprensibile, ma al tempo stesso piuttosto inquietante. Intuisco vagamente che, se la voce della coscienza richiama a tale nulla fondamentale, e spinge verso di esso, induce  a scegliere la morte come progetto di vita. La morte, dunque, è vita. Sarà anche giusto, ma faccio fatica a trovarlo entusiasmante. 

 

Sta di fatto che, secondo il mio subconscio, l’esperienza terrena della veglia, al massimo,  può essere una maniera di entrare nel regno d’Ecate, il cui rito prevedeva che la spazzatura fosse deposta di notte ad un crocevia: come a dire, non solo che ogni sogno è pericoloso, poiché può condurre alla fine da trivio toccata in sorte a Laio, ma anche che il materiale onirico, ciarpame dell’anima, può indicare solo  tre direzioni, oltre a quella da cui siamo venuti, nessuna delle quali mostra l’uscita verso il mondo diurno. Ebbene, quand’anche così fosse, avrei voluto chiedere al sovrano del Congo,  quale via scegliere fra quelle tracciate nel libro dei sogni? C’è un Laurence Sterne  della psiche da pregare e supplicare affinché, quando tre strade diverse si incrociano, sia posto un cartello indicatore onde potersi meglio dirigere? 

 

D’accordo, l’importante è sapere dove si vuole andare, disse il Gatto che aveva studiato Seneca. Tuttavia, quando sogni, unicamente sognando scopri dove il sogno ti sta portando. Così come durante la veglia unicamente vivendo puoi conoscere cosa ti riserva il domani. Se sognare, allora,  coincidesse con il vivere stesso? Forse Bloomfield aveva ragione: distinguere fra regno infero dei sogni e regno supero della veglia è  un mero errore medievale. Del resto, è vero che solo il genio di Shakespeare e di pochi altri, all’alba del Seicento,  intuiva che la realtà ha una consistenza onirica: ma ai nostri giorni, la cui concretezza è irrimediabilmente contaminata  dalla virtualità omnipervasiva delle immagini elettroniche e dalla permanente connettività digitale fra simulacri,  lenticchie postmoderne per le quali abbiamo   ceduto la primigenia comunicazione conviviale fra esseri umani in carne ed ossa,  è facile che alimenti i propri dubbi ontologici anche chi non sia dotato di una mente particolarmente vigorosa. 

 

Come credo accadesse a Mark e Mike. La sera prima era arrivato a casa di Parker verso le nove e dopo il terzo Martini mi ero imbattuto nei due fratelli, che a loro volta avevano l’aria di essersene fatti già parecchi.  

 

Molto tempo era passato dalla prima volta che  li avevo visti, in circostanze del tutto diverse: nell’attesa di essere condotti al forno crematorio in cui sarebbe bruciato il corpo di loro padre.  

 

All’epoca erano due bambini di sette  anni che scrutavano con  occhi stupefatti il  selvaggio mondo nuovo apertosi davanti a loro, giunti bruscamente al termine del  viaggio nella notte fatata dell’infanzia.  Mi mantenevo ad una certa distanza da loro, perché i bambini hanno la capacità di mettermi cronicamente in difficoltà con la loro logica astrusa. Una volta, nel parco di un quartiere residenziale, abitato in prevalenza da immigrati parigini,  fra balie e neonati urlanti avevo tentato di avviare una conversazione con un ragazzino  che stava consultando un libro illustrato: Il mio primo libro di anatomia, si intitolava. Gli  chiesi se sapesse che il corpo umano era composto per la maggior parte d’acqua. 

 

“Ah, sì? Bene”, si rallegrò. 

 

“Bene? Perché?”, gli domandai. 

 

“Perché allora se vedo un incendio posso spegnerlo”, mi rispose, molto soddisfatto. Da allora evito di impantanarmi in discussioni con minorenni. 

 

.     .    .

 

I gemelli adesso sono diventati due uomini alti e robusti, ma in fondo non sono cambiati. Mark, il più anziano, perché nato tre minuti prima del gemello eterozigote,  è introspettivo, con un temperamento artistico, sempre sereno e disponibile; Mike, al contrario, è estroverso e bastian contrario,  pronto ad attaccare briga in ogni momento e se necessario a menare le mani. Benché i rispettivi caratteri denuncino la loro provenienza da  due uova distinte, entrambi sono dotati di un fisico atletico. Il maggiore possiede un piccolo ranch e sembra che sia un formidabile  domatore di cavalli,  il più piccolo  è un valente pugile semiprofessionista. Curiosamente, Mark parla arrotando ogni erre, peggio di un francese doc; Mike sembra non conoscerne l’uso e sostituisce  ogni consonante vibrante dentale con una liquidissima elle, come un cinese da operetta.  

 

Avevamo appena terminato di distribuire equamente fra noi il contenuto di una grossa brocca ripiena di un gustoso cocktail alcolico e di brindare con  grandi calici di cristallo alla nostra salute, quando udii una specie di grugnito provenire da dietro il divano su cui c’eravamo seduti, in una zona tranquilla della casa, al riparo dal frastuono della festa. 

 

“C’è un allevamento di maiali da queste parti?”, chiesi, sorseggiando la mia bibita. 

 

“È il Giudice che rrrrussa”,  disse Mark, mentre s’ingozzava di noccioline.  

 

Guardai alle nostre spalle. Un uomo, con una papalina rossarossopalina in testa e un naso da clown tenuto insieme con un elastico dietro alla nuca, se ne stava rannicchiato sul pavimento, in mezzo ad una pozza di vomito, russando sonoramente. Era Red King, il nostro esimio Giudice Distrettuale.  

 

“Si prenderà un accidente”, osservai con giudizio. 

 

“King sta sognando”, disse Mark. Si fece una bella sorsata del cocktail e aggiunse: “E che crrredi che sogni?”  

 

“Da quando non lavoro più alla Scientifica”, risposi, “ho perso l’abitudine di portarmi dietro il kit per la visualizzazione dell’attività REM ed il mio Tomografo di Pet tascabile… Però vi dico una cosa. A me capita spesso di sognare lui”. Il processo a quel pazzo di Dick…e tutto quello che ne era seguito. 

 

“E se fosse lui a sognale di te!”, esclamò Mike.  “Se lui ti stesse sognando, dove salesti?” 

 

“Dimmelo tu”, risposi. 

 

“Da nessuna parte, pelchè  salesti soltanto una visione nel suo sogno, un applicativo del videogame mentale che sta giocando.  Al massimo, se lui fosse collegato ad un telminale, potlesti essere nel cybelspazio, a nuotale fra gli infiniti nodi della Lete come un vilus impazzito.“

 

“Se il Giudice si dovesse svegliarrre, — aggiunse Mark — tu ti spegnerrresti... puf!... proprrrio come un computerrr con la spina staccata.” 

 

“Non è vero! — esclamai piuttosto infastidito — E poi, se io sono una specie d'idea nel suo sogno, mi piacerebbe di sapere cosa è lui quando sono io a sognarlo. “ 

 

“Viene prrrima l’uovo…”, disse Mark.  

 

“…o viene plima la gallina?”, — gridò Mike, che si era allontanato un poco  alla ricerca di nuovo carburante alcolico. 

 

Strillò tanto che non potei  fare a meno di dire: “ Zitto! Lo sveglierai, se fai tanto rumore.” 

 

“È inutile di parrrlare di svegliarrrlo”, disse Mark, “E lui a sognarrre adesso e quindi tu sei soltanto un'idea nel suo sogno. Sai benissimo di non esserrre verrro.“  

 

“Io sono vero!”, dissi. 

 

Ero così irritato che per calmarmi  accesi una sigaretta. 

 

“E inutile arrrabbiarsi e non diverrrai più rrreale fumando”, osservò Mark, politically correct come al solito.

 

“Se io non fossi vero, non potrei fare questo”, sostenni, emettendo un anello di fumo dalla bocca e uno dal naso da fare invidia al Brucaliffo.  

 

“Non cledelai, spelo, che il tuo fiato sia leale? —  mi interruppe Mike con tono di grande disprezzo, riavvicinandosi con tre bicchieri  colmi di champagne. 

 

“Certo, reale esattamente quanto lo siete voi!”  

 

“Esattamente, infatti! Cioè per nulla!”, esclamarono all’unisono i due fratelli. Suggellarono il loro accordo con un brindisi, ma nell’eccitazione infransero le coppe. 

 

Era una conversazione ridicola. Cercai di cambiare discorso parlando del tempo. 

 

“Credete che si metterà a piovere?”, buttai là.  

 

Mike prese un parapioggia dal vicino portaombrelli, lo spiegò sulla sua testa e su quella del fratello. Guardò  fra le stecche e disse: 

 

“No, cledo di no, almeno qua dentlo. Niente affatto.”  

 

Buffoni, pensai. “Ma pioverà al di fuori?” 

 

I due gettarono uno sguardo  dalla finestra rivolta  a sud. I loro visi si specchiarono nei vetri, attraverso i quali si poteva ancora in parte  scorgere la costellazione dei Gemelli, vicina ai due Carri: si stava però oscurando, a causa del minaccioso sopraggiungere di un denso nuvolone,  prodromo di ben più vasti assembramenti di cirrocumuli.  

 

“Si sta facendo  buio”, disse Mark. 

 

“Molto buio”,  disse Mike. 

 

Se non vi fosse il sole vi sarebbe la notte, proclamò il saggio. Però in effetti pareva proprio  che s'avvicinasse un temporale. 

 

“Che nuvola nera!”, dissi. “E come viene presto. To', mi pare che abbia le ali.” 

 

“È il corrrvo!”  gridò Mark, con un acuto strillo di terrore.

 

“E’ il falcone!”, urlò Mike, inorridito.  Come impazziti, i due fratelli, ormai ubriachi fradici,  alzarono i tacchi  e barcollando tornarono a confondersi in mezzo alla folla festante, che prestò loro la stessa attenzione riservata  allo spettro di Banquo dai convitati ai party dei coniugi Macbeth.  

 

.     .     .

 

Il suono del telefono interruppe il corso dei miei pensieri. Fu meglio così, poiché i ragionamenti tortuosi allontanano da Dio, benché talvolta facciano  giungere alla verità. Con mia grande sorpresa, il braccio destro, inutilizzabile fino ad allora, ubbidì all’istinto automatico di afferrare la cornetta. Quasi a confermare che, nelle nature che progrediscono, intelletto e sensibilità si ampliano, si affinano e si determinano reciprocamente. 

 

Risposi e sentii la voce strascicata di Sam Archer, il portiere del caseggiato, bisbigliare l’annuncio che "una bambola dalla faccia strana" voleva vedermi. Mi chiesi se la donna avesse un viso più strano del suo: considerando che Sam, in seguito allo scoppio di una granata, aveva lasciato la metà sinistra della propria scatola cranica a prendere il sole sulle spiagge della Normandia, in compagnia di un suo occhio e di quasi tutti i denti, la congettura mi parve improbabile. Ad ogni buon conto espressi la mia riserva mentale  ed ebbi in risposta la parolaccia che meritavo. 

 

"Okay, Sam scherzavo, non te la sarai mica presa?”, replicai. 

 

Nessuna risposta. Mi sarei aspettato da lui una maggiore propensione al cameratesco scambio di  battute scherzose, pensai.  

 

”Ascolta Sam, qualcuno deve essersi introdotto nel mio ufficio. Qualcuno che ha pensato bene di farmi un bel servizio integrale: barba e capelli, hai afferrato il concetto?",  dissi allora, passando, con una certa bruschezza, ad un tema per me di stretta attualità. 

 

Silenzio. 

 

La mia voce assunse un tono più conciliante: "Sam, mi senti? Ho bisogno di un dottore, sto male". 

 

Silenzio e ancora silenzio. 

 

"Sam, maledizione, Sam!".

 

Mi resi conto di stare urlando. Inutilmente: Sam o stava zitto o se ne era andato. Fottuto bastardo, pensai. 

 

Se non altro, però, riuscivo a tenere in mano la cornetta del telefono. Mi accorsi di essere in grado di comporre anche un numero per entrare in comunicazione con l’esterno. Era un bel progresso delle mie condizioni. Provai a chiamare Spider Parker. Mi attendeva una cocente disillusione: l’apparecchio non dava più alcun segnale. Si era guastato. Perfetto, davvero perfetto, pensai. Era proprio la mia giornata fortunata. Se un aereo fosse caduto sul tetto di casa, come del resto era successo al vecchio Donnie, il quadro sarebbe stato completo.  

 

Confesso che cominciavo ad essere preso dallo sconforto. Né valse a risollevarmi il richiamo di Kurtz, che, interrompendo la sua cantilena, mi apostrofò: 

 

"Olà, intelligentone, non ti sfugge qualcosa?"  

 

"Forse la pazienza, se non la pianti con le tue canzoncine idiote", risposi seccamente. 

 

"Sveglia!”, disse Kurtz in tono marziale, "Giù dalla branda! Non ti ricordi che la settimana scorsa siamo stati ad un funerale?" 

 

Aveva ragione lui. Ero stato ad un funerale, come no:  per l’esattezza, a quello di Sam Archer, che,  alla venerabile età di ottantasette anni,  si era rotto l’osso del collo dopo essere precipitato dal tetto della villetta in cui viveva una comune amica di facili costumi, mentre versava in uno stato di deplorevole ubriachezza. 

 

Frammenti di memoria attraversarono fulminei la mia mente, come pezzetti di plastica colorata schizzati via da un caleidoscopio andato in frantumi. Il carro funebre della ditta "Emerson, Lake & Palmer", lunghissimo e trainato da quattro magri cavalli; le due figlie zitelle di Sam, Elpy e Nora, allampanate ed ossute, che, insieme a me e ad un prete dall’aria torva, costituivano lo scarno corteo; la cassa da morto in ebano e decorata con mille fregi barocchi, caricata su un traghetto fino all’isoletta di Early, poche miglia a nord di New Nantucket, dove il portiere aveva voluto essere seppellito....O così aveva implorato la sua ombra, comparsa in un mio incubo la notte stessa in cui si era ammazzato… Eppure al telefono avevo sentito la sua voce, ne ero sicurissimo. D’altro canto, se era deceduto la settimana prima...  

 

"Kurtz, chi diavolo era al telefono, allora?", domandai.  

 

"Era la brilla/ e i fanghilosi tavi...", riattaccò lui. 

 

Okay, okay, come non detto, pensai. Certo che questa telefonata era stata alquanto strana. Senz’altro si era trattato di una allucinazione ma….Ma. Il giorno dopo la morte di Sam le due sorelle erano piombate nel mio ufficio e si erano sfogate con me. La polizia non voleva starle a sentire, eppure loro erano sicure che quello di Sam non fosse stato un incidente. Erano convinte invece che…di che diavolo erano convinte…. Che loro e Sam sapevano troppo. Che perciò erano nella lista. Nella lista di qualcuno o di qualcosa. E che Sam si trovava in grave pericolo. “In che razza di pericolo volete che si trovi un morto?”,  avevo risposto. Maledizione, non  ero stato nemmeno a sentire quelle due, credevo stessero semplicemente dando fuori di matto, ma adesso me pentivo. 

 

Non mi restava che attendere l’arrivo della nuova venuta, annunciata da Sam direttamente dalla propria tomba o da chi per lui. Nell’attesa, scoprii che il semplice atto di prendere in mano la cornetta del telefono mi aveva stremato.

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mercoledì, 13 aprile 2005

Intervallo notturno  

 

Fu in queste condizioni di spirito che, a mezzanotte circa, mi avviai verso casa, a bordo della vettura modificata per permettermi di guidare con un piede solo. Procedevo con la lentezza esasperante che connota l’azione di un gatto del Chesire nello sparire, cominciando dalla coda per finire con la dentiera agganciata al nulla. 

Il disco della luna piena, giallo come un enorme taxi con i fari abbaglianti accesi, era a tratti coperto da gruppi di nuvole irrequiete, cosicché, ad intermittenza, la strada piombava nel buio, trasfigurandosi in una valle oscura e profonda. Fuori dei finestrini, in quel chiarore lampeggiante, scorrevano visioni opprimenti. Ad intervalli irregolari apparivano e ricomparivano come sospese a mezz’aria, svincolate per sempre dal passato e dal futuro, senza radici e senza relazioni, separate da Dio e separate dagli uomini. Ingressi sbarrati del metrò, stazioni di rifornimento vuote,  parcheggi abbandonati a sé stessi, piazzali invasi dall’immondizia, stabilimenti dismessi e in rovina stavano là, stillanti dimenticanza, intrisi di assenza, immersi nella fredda palude dell'oblio.  

 

Giunsi nei pressi dei   ciclopici palazzi di Cthulhu Street, incrostati dalla sabbia mescolata alle alghe putride che il vento del Nord incessantemente rovescia sulla città. Un tempo, pensai, nell'antichità, i luoghi avevano un’anima: le potenze apparivano nel solco di una quercia, presso una polla d’acqua, su una giogaia, in un pianoro, all'ingresso della tana di un serpente. Per salvaguardare la sua interiorità, custodi sacri circondavano il luogo di pietre. Nascevano i santuari, consacrati a queste divinità: come il principio solare che con tre passi genera il triplice mondo – terra, atmosfera, luce. O il fuoco, che unisce il mondo visibile con quello invisibile degli dei. Mi domandai chi, o cosa, potesse  nascondersi dietro l’allucinante manto urbano che si manifestava tutto intorno a me: che razza di  topografia interiore potesse occultarsi là, sotto l’epifania di quella vasta desolazione metropolitana. Chissà quali  bizzarri sentimenti e reminescenze infere, diaboliche figure e forze del Male, perversioni e pensieri delittuosi erano acquattati fra  i blocchi di pietra e cemento degli edifici che si ergevano, nella luce anormale e discontinua di quella luna, aberranti, sproporzionati, eccessivi per le dimensioni umane: simili, piuttosto, ad incommensurabili tombe abitate da entità soprannaturali, gigantesche e mostruose. Immaginai che, al loro interno, orde di demoni, imprigionate da un maleficio,  attendessero impazienti che scoccasse l’ora della propria liberazione.  

 

Tutto taceva. Un extraterrestre che fosse capitato lì in quel momento non avrebbe percepito alcun segno della presenza di esseri viventi: nessun rumore, nessun suono, nessuna voce. Dopo le chiacchiere del party assaporavo con voluttà la calma sovrana della città immersa nel sonno: provavo un piacere fisico nell’ascoltare solamente il sibilo, che si faceva sempre più forte, del vento.  

 

Amo il silenzio. Attraverso il silenzio si apre la strada non a ciò che si sa, e neanche a ciò che non si sa, ma a ciò che si presume, a ciò che crediamo di sapere. Durante una vacanza nelle riserve indiane, un tizio conobbe un capo Navahos che rimaneva immobile per ore a fissare il cielo. Gli chiese che cosa stesse facendo. L'indiano rispose: «aiuto il Sole a sorgere», aggiungendo che «se i bianchi non smetteranno di oscurare i nostri dei, il Sole non sorgerà più per noi e nemmeno per loro». Che cosa voleva dire? Per quel tizio, le parole del pellerossa erano abbastanza chiare. L'uomo alludeva al «sole» che è in ciascuno di noi, quel profondo sé coincidente con la dimensione abissale della coscienza che richiede di esser fatta continuamente rinascere, attraverso un attento ascoltare sé stessi, così come ogni giorno rinasce il Sole, giacché in esso è la radice della relazione dell'uomo con l'intera catena dell'essere.   Non se questa storia sia vera, ma io credo  nell’interrogarsi silenzioso che schiude l’orizzonte di nuove risposte, che consente di operare su sé stessi un processo posto nell’ordine della automodificazione. E’ il silenzio che apre, il silenzio pieno, il silenzio che immagina. Il silenzio che rende superfluo il parlare di ciò che tacere è bello. La coscienza, ha scritto Heidegger, si esprime unicamente e costantemente nel modo del silenzio, che non è mutismo, poiché il suo non-parlare è più di un aver-detto. E’ una voce che chiama nel modo spaesato del non dire.  

 

Chiaramente il crucco non ha mai avuto a che fare con Kurtz. La mia versione personalizzata dell’amico che ogni essere umano porta con sé è fisiologicamente incapace di apprezzare il silenzio. Aborre la via apofatica alla verità e persegue con puntiglio un approccio catafatico al Tao. Così, dopo qualche minuto, ritengo al solo scopo di interrompere un periodo di quiete che a suo giudizio si era prolungato troppo, mi chiese,  a bruciapelo:  

 

“Ma cosa pensi veramente delle donne?”  

 

La domanda non era casuale. L’esaltazione, che mi aveva colto al momento dell’incontro con Suzanne, aveva lasciato il posto alla delusione per l’indifferenza, appena contenuta dalla consolatoria slinguazzata finale, da lei mostrata nei miei confronti,  specie se confrontata con l’interessata disponibilità verso personaggi come Bloomfield o Moebius. Tutto questo aveva indotto un più generale rancoroso risentimento rivolto all’universo femminile nella sua totalità, che attendeva solo di essere innescato per esplodere. Kurtz mi conosce e sa quali corde toccare per stuzzicarmi. Anche quella volta funzionò.  

 

“Le donne...“, risposi con un sorriso sardonico, “Diciamo che se la vita fosse una partita a poker le donne sarebbero il più grande dei bluff. Ma per il giocatore inesperto è difficile comprendere cosa tramano quando lo scrutano con quegli occhi freddi, lontani, indecifrabili. Occorre giocare - e perdere - molte partite, prima di scoprire che trattare con loro è come affondare la mano nelle acque levigate e cristalline di un mare apparentemente profondo, sotto la cui superficie non c’è nulla, assolutamente nulla: un buco nero, il vuoto cosmico, il non-essere".  

 

"Una donna, scrisse Oscar Wilde, è una sfinge senza segreti" - ribadì Kurtz. 

 

"Esatto. - approvai - Hai del tempo da perdere? Prova a spiegare ad una donna il senso di concetti come il sentimento profondo o le affinità elettive: cosa significa il moto duplice ed unico che porta, dall’attrazione fisica e spirituale verso la persona amata, all’idea in sé dell’Amore e alla Verità stessa; come dal condividere insieme un progetto di vita si possa accendere quella scintilla che poi alimenta il fuoco dell’anima, al cui calore insieme ci si può riscaldare e da cui si può trarre un’illuminazione che va ben al di là della triviale quotidianità dell’esistere… Tutto inutile. Ma scrivile una lettera d’amore utilizzando i luoghi comuni più banali e un linguaggio da rotocalco rosa; leggi insieme a lei i libri di poesie più insulsi che riesci a trovare; dichiara, possibilmente accentuando i toni  melodrammatici e con un pizzico di autocommiserazione… di questo senza esagerare però! Diciamo un q.b., quanto basta… dichiara, dicevo,  che la tua vita non ha senso senza di lei, anzi, ancora meglio, che fino al momento in cui la hai incontrata la tua esistenza è stata solo una serie di imperdonabili  errori… questo è utile soprattutto se hai già una fidanzata, una moglie  e magari anche dei figli a carico… e rifinisci il tutto regalandole un anello o una pelliccia, se è avida, piuttosto che  un profumo alla cannella o qualche balocco intriso del più insulso romanticismo,   se è solo stupida: il gioco è fatto. E’ facile, se il rispetto che hai per te stesso è uguale a zero o sei hai una faccia di bronzo a prova di bomba".  

 

Dagli strati di nubi che, ormai addensatisi, avevano preso possesso dei divini alberghi celesti, giunse il fragore di un tuono, che calò pesante come il martello scuotiterra di Thor  su un’incudine posta proprio al di sotto della mia testa. Ne seguì subito un altro e un altro ancora. Il mitico Fabbro si era messo al lavoro. 

 

“Non del tuono abbiamo bisogno!”, esclamò Kurtz.  

 

“Abbiamo bisogno di rum!”, urlai io, che la sapevo lunga almeno quanto lui.  

 

Tuoni e lampi. Sulla destra, lo scintillio della folgore che governa tutte le cose fece sorgere dal grembo dell’oscurità il grande Tempio Circolare. Al piano superiore,  ventiquattro sacerdoti erano assorti in intense meditazioni od occupati ad espletare intricati cerimoniali. Erano devoti al culto di Faikòs, il dio albino con l’occhio cupo, dalla veste di verginea lana, indossata sulla canottiera traforata di cotone nero,  assiso su un trono d’immacolato avorio ricoperto d’oro bianco e ornato di perle. Un trono volante, tirato da quattro animali: il primo  simile a un leone, il secondo  a un vitello, il terzo con la faccia come d'uomo,  il quarto che pare un'aquila volante. E i quattro animali hanno ognuno sei ali, e all'intorno e al di dentro sono pieni d'occhi. 

 

Si dice che  i ventiquattro vegliardi   conoscano la via per comprendere la struttura del mondo e la forza degli elementi, il principio, la fine e il mezzo dei tempi, l'alternarsi dei solstizi e il susseguirsi delle stagioni, il ciclo degli anni e la posizione degli astri, la natura degli animali e l'istinto delle fiere, i poteri degli spiriti e i ragionamenti degli uomini, la varietà delle piante e le proprietà delle radici, i percorsi segreti di tutti i Labirinti e la forma di ogni donna che sta al loro centro.  

 

Da un’intera settimana celebravano i riti della grande battaglia che, all’inizio del mondo, secondo la loro teologia, aveva sconvolto il vuoto deserto originario ed aveva sancito la vittoria dei Nove  Principi Ordinatori e Regolatori del mondo -  Damballah il dio-serpente, Ezili, il Demone dell’amore, Adja, la Signora dell’arcobaleno,  Agwe, padrone dei mari e di tutte le acque, Azak, la divinità del fulmine, Holli, Aizo, Mahi, le tre  Sacre Cucitrici, Yoruba, la rossa Messaggera di Faikòs - sulla caotica progenie della Notte – Hypnos, il Sonno, Thanatos, la Morte sua gemella, Senex, la Vecchiaia, Polemos, la Contesa, Penia, la Miseria, Nemesi, la Vendetta,  Ananke, il Destino, Momo, il Sarcasmo e l’innumerevole stirpe dei Sogni.  

 

In questo periodo, quattro volte al giorno - a mezzogiorno, a mezzanotte, all’alba e al tramonto - elevavano al cielo preghiere ritmicamente cadenzate, arcane litanie, misteriose invocazioni ossessivamente evocatrici di mistiche visioni. I giovani Apprendisti accompagnavano i canti con il suono delle trombe, dell’arpa e della cetra, con tamburi e cori, con cembali e organi, con pianoforti rag e tube dixieland.  

 

Quella notte le musiche sacre erano coperte dal clangore assordante della tempesta che si era scatenata. Dentro l’abitacolo dell’automobile risuonava lo spaventevole ululato provocato dallo scontro di feroci masse di pioggia e aria, che cozzavano fra loro simili a lupi affamati intenti a sbranarsi l’un l’altro. Le lamiere della mia vetusta automobile rabbrividivano come in preda ad una febbre altissima ad ogni colpo sferzato dal vento. In lontananza si udiva il mugghio terribile del mare sconvolto.  

 

La visibilità era divenuta estremamente scarsa. Facevo fatica a distinguere la strada attraverso il parabrezza. Tuttavia, per un attimo, colsi l’immagine di una Ferrari bianca parcheggiata vicino al Tempio. Suzanne?... Andavo piano, ma rallentai ancor più l’andatura e girai intorno all’isolato, nel caso la bionda fosse nei paraggi.  La mia ricerca non ebbe alcun esito. Rassegnato,  tornai sulla strada di casa, cercando di mettere in pratica il rimedio indicato da Rainer Maria Rilke  per lenire le nostre sofferenze: “andare in sé stessi e non incontrarvi, per ore, nessuno”. Ma non appena mi fui avviato nel cammino mi imbattei come al solito  in Kurtz, che ne approfittò per riprendere la conversazione.  

 

“Eppure” disse, “è noto che dietro ad ogni grande uomo vi è una donna”.  

 

Questo luogo comune lo ho sempre trovato particolarmente irritante. Reagii comunque con una certa compostezza: “Certo, come no. Cosa sarebbe la filosofia senza Santippe o la sguattera di Schopenauer; la letteratura, priva dell’apporto  fondamentale della moglie pazza di Dostoevskij; o il teatro, cui venisse sottratta la genialità di Anne Hathaway? E le fiabe, orfane delle amorose madri dei figli di Charles Lutwidge Dodgson, Carlo Filippo Lorenzini, James Matthew Barrie?  Che dire poi della grande arte, vedova delle consorti di Michelangelo, Masaccio, Donatello, Botticelli, Leonardo, Raffaello?...”  

 

“Sarcasmo da quattro soldi”, ribatté il mio subconscio.  

 

“Ah sì? Ti consiglio di prendere qualche informazione sulla vita delle personalità che hanno segnato la storia dell’umanità. Un giapponese dello Yu-gi-oh Institute ha esaminato e comparato le biografie di 280 scienziati, molti premiati con il Nobel, 719 musicisti, 739 pittori, 229 scrittori, più un numero imprecisato di criminali. In tutte le categorie secondo lui si ripetono le stesse dinamiche. Prima del matrimonio abbiamo persone creative, fantasiose, allegre  e persino geniali. Dopo, il nulla, o quasi. Se il giallo ha ragione, la conclusione è obbligata.  

 

“E cioè?”  

 

“Criminalità e genio hanno un elemento in comune: entrambi vengono depressi dal matrimonio”.  

 

"Mi sembra però che tu sia troppo critico", insistette il mio subconscio, restio ad arrendersi anche di fronte all’evidenza. Soprattutto di fronte all’evidenza.  

 

"Critico? Critico? Il mio  atteggiamento verso le donne è quello di un qualsiasi uomo normale, vigoroso e sano nonostante abbia già avuto la sua razione di matrimonio,  una dose probabilmente sufficiente per parecchie vite a venire. Caso mai”,  sogghignai, “più che critico direi che sono troppo esigente. In Germania dicono che dalle donne noi uomini pretendiamo troppo. Le vogliamo perfette padrone di casa quando riceviamo gli amici; ottime cuoche in cucina; un po’ puttane a letto; capaci di sostenere brillanti conversazioni nei salotti.... Sai cosa succede alle poverette? Che vanno in confusione. Così, cominciano a parlarti di gastronomia a letto o a vestirsi elegantemente quando sono in cucina. Certo, riescono sempre bene a fare le puttane... con gli amici, però".  

 

Non so se Kurtz apprezzò la  battuta: un po’ stantia, oggettivamente, ma io la trovo ogni volta ancora divertente. Perciò ridacchiai fra me e me per un po’, prima di continuare.  

 

"A parte gli scherzi, te l’ho già detto, il problema fondamentale è che le donne non hanno interiorità. Diceva un antico saggio: “Donne, semplici maschere,/ esseri spettrali necessariamente insoddisfacenti,/ fate compiangere gli uomini che cercano la vostra anima/ e che per tutta la vita la cercano, invano. Un mio  amico - il povero Frank, ricordi? - per cercare l’anima della moglie l’ha scuoiata a colpi di machete, ma non credo che abbia trovato un gran che".  

 

Cadde il silenzio fra noi. Fuori dall’abitacolo la furia del vento, che aveva raggiunto e superato il suo apice, si stava smorzando, sfiancata dal tentativo di intaccare la solidità incrollabile delle mura colossali della città. 

 

.     .      

 

Stavo attraversando il centro commerciale, sovrastato da un’incombente megaschermo: da lassù,  il primissimo piano di Dan Homey  sembrava mi stesse osservando con un sorrisetto derisorio. Accanto a lui stava  l’immagine gigantesca di un bestione preistorico, illuminato da un neon, che si poneva la seguente, angosciante, domanda: "Dinosauri o caramelle?". Pubblicità. La figura giurassica era costruita mettendo insieme centinaia di caramelle in vendita presso una catena di supermercati. "Essere umano o atomi impazziti?", chiesi per tutta risposta a me stesso, guardandomi negli occhi attraverso lo specchietto retrovisore.  

 

Non ebbi modo di risolvere questi assillanti interrogativi.  Dietro la mia espressione perplessa, scorsi, a circa cento metri di distanza, una Pacard: un recentissimo modello Hewlett LaserJet 5000, notai. Era in movimento, ma curiosamente teneva i fari spenti. La cosa non mi avrebbe preoccupato troppo, sennonché,  da quando avevo lasciato l’abitazione di Spider Parker, quell’automobile si era attaccata alla mia, come un cagnolino fedele. Osservai più attentamente dallo specchietto e riuscii a cogliere i lineamenti dell’autista.  

 

"Guarda , guarda, il vecchio Faccia Pelosa", sussurrai a Kurtz.  

 

Si trattava del personaggio che durante il party avevo notato in un paio di occasioni aggirarsi nel salone. 

 

"Ha il muso di un cane e si comporta di conseguenza. Proviamo a portarlo un po’ a spasso", suggerì il buon Kurtz. 

 

Grugnii un assenso e accelerai. La Pacard fece lo stesso. Me ne andai a zonzo per la città, fino a quando non arrivai ad un passaggio a livello. Fui fortunato: le sbarre si stavano abbassando e le luci rosse segnalavano un treno in arrivo. Affondai il pedale dell’acceleratore e superai di slancio le barriere, che si chiusero alle mie spalle; un secondo più tardi passò a tutta velocità un treno merci, senza lasciare alla Pacard la possibilità di seguirmi. Svicolai a tutta mancina, prendendo la Edgar Allan Poe Avenue e quindi inoltrandomi nelle stradine del quartiere egiziano, in fondo al quale si trova la mia abitazione. Passai accanto ai suoi caratteristici palazzi piramidali, ziggurat dell’età contemporanea distribuiti in almeno una trentina di terrazze, a ciascuna delle quali corrisponde un piano. Mi fermai in Micerino Street e mi assicurai di aver seminato la Pacard. 

 

Era tutto tranquillo. Di Faccia Pelosa nemmeno la dannatissima ombra. Che mi stesse inseguendo non c’era il minimo dubbio, ma quella notte non ero in vena di affrontare una intervista con lui per capire meglio quali interessi nutrisse nei miei riguardi. Dubitavo che fosse un mio fan in cerca d’autografi. Questo, anzi, potevo senz’altro escluderlo. A quell’ora, però, non mi venivano altre idee. Stetti a rimuginare per qualche minuto ancora e poi decisi di lasciare perdere. Ci avrei pensato a casa, dopo averci dormito sopra.  

 

Rimisi in moto la macchina. O meglio, tentai di rimetterla in moto, perché il motorino d’avviamento girava a vuoto. Provai una, due, tre volte. Il solo risultato fu quello di ingolfare il motore. Maledetta baracca, pensai. Riprovai ancora: niente da fare, non partiva. Scesi per cercare di spingere l’automobile a mano e, proprio in quel frangente, dall’imboccatura di Tutankamon Place apparve una forma umana, avvolta in quello che giudicai essere un impermeabile bianco. 

 

"Ehilà!", gridai giovialmente, felice di trovare qualcuno che mi poteva dare una mano.  

 

Il richiamo mi si strozzò in gola. Avevo impiegato qualche secondo di troppo ad accorgermi che quella figura aveva sì una forma umana, che però era anche l’unico tratto in comune con il genere animale cui noi apparteniamo. Già l’incedere, al tempo stesso barcollante e minaccioso, induceva a qualche considerazione non propriamente tranquillizzante. E tutto il resto era anche peggio. Quell’impermeabile, per esempio. Beh, non era un impermeabile. Erano bende che avvolgevano interamente il corpo di quella cosa che avanzava verso di me. Quella cosa, tanto per dirla chiara, non era nient’altro se non una maledettissima Mummia.  

 

Ero immobilizzato da una fottuta paura. Non è bello trovarsi alle due di notte, in un vicolo buio, con la macchina in panne e un cadavere imbalsamato che si avvicina a grandi passi con le braccia protese verso di te. Perché la Mummia è proprio brutta, laida, mostruosa, racchiudendo in sé l’antitesi  delle caratteristiche che San Tommaso e Stephen Dedalus attribuiscono al bello: integritas, concordantia e claritas. L’immagine estetica della Mummia in primo luogo non è percepibile come un insieme, limitato  e contenuto in sé: questa sarebbe l’integritas, l’interezza, ma la mummia, sotto la sua orrenda infula, non è che una cartilagine incartapecorita e svuotata, dunque incompleta, come avrebbero potuto confermare il professor Derry e il professor Carter, che il giorno 11 novembre 1925, presso l'Istituto di Anatomia dell'Ateneo cairota, verso le 9,45 eseguirono l'autopsia di Tut-ench-Amun. Nè può una salma disseccata possedere alcuna concordantia, ovvero la qualità che consente all’immagine di essere percepita come complessa, multipla, divisibile, separabile, composta dalle parti, armonica. 

 

Il corpo mummificato riportato ad una parvenza di vita, infine, non possiede lo splendore di cui parla San Tommaso, ovvero la quidditas, l’essenza, l’anima. La Mummia tipicamente è priva d’occhi, che dell’anima sono lo specchio. La  sua oscura natura di non morto è ciò che la condanna alla più spaventevole bruttura. Sotto il profilo estetico, perde nettamente il confronto ad esempio con il molteplice Mostro assemblato da Victor von Frankestein poiché, miracolosamente, in questo caso l’insieme accidentale di organi   ha determinato una vita che non è il mero risultato della somma di pezzi scompagnati. La Creatura è dotata di una personalità nuova e originale: con propri desideri, emozioni, volontà; ovvero con sue proprie “integritàs, concordantia e claritas”,  benchè appartenenti ad un differente ordine del reale, rispetto a quello da cui provengono le singole  parti di cui è composta.  

 

E’ dunque propriamente un “mostro”, se con la parola “mostro” intendiamo un enigma che rende instabile la nostra consueta intelligenza del mondo perché non è comprensibile secondo le “normali” regole della conoscenza, soprattutto per il suo costituirsi come una “forma informe”, instabile, un Baldanders non registrabile attraverso i consueti canoni gnoseologici. Ma l’Essere partorito  dal cervello di Mary Shelley è bello, sia pure di  una bellezza aliena, la “bella bruttezza” di un Quasimodo. Come il gobbo di Notre Dame, è condannato dalla sua diversità, che lo spinge ad affermare  disperatamente il diritto alla vita della propria singolarità: la Mummia invece suscita orrore per la sua intrinseca omologazione al nulla.  

 

.     .     . 

 

Me la stavo facendo sotto, giuro. Per essere esatti, devo ammettere che, quando quella mano bendata mi sfiorò il collo, urlai e me la feci effettivamente sotto. Fu allora che mi svegliai. Dopo avere seminato il vecchio Faccia Pelosa ed essermi fermato in Micerino Street, l’allentarsi della tensione e la stanchezza accumulata mi avevano tirato un brutto scherzo. Mi ero addormentato come un bambino di due anni.  

 

Comunque adesso ero sveglio ed ero anche piuttosto soddisfatto nel constatare che non ci fossero in realtà mummie, né altri zombi, in giro. Non nelle immediate vicinanze. Però ormai era fatta. Mi ero cagato nei pantaloni, dannazione.   

 

Bestemmiando, rimisi in moto e ripresi velocità, desideroso di farmi una doccia e di sdraiarmi quanto prima nel mio letto. L’automobile, rombando, proseguì la sua corsa in quella necropoli da incubo, attraversando le strade dominate dalle altezze vertiginose d’abominevoli costruzioni piramidali gocciolanti il fango verdastro prodotto dalle migliaia d’alghe marcescenti che la violenta tempesta aveva disseminato ovunque.

postato da: G-host | 14:17 | commenti (1)
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giovedì, 07 aprile 2005

Quadro clinico n.2: Conversazione fra amici

 

Tra la Lira e la Corona Boreale si poteva distinguere un ammasso stellare dalla forma leonina, nebuloso come lo stato d’animo da cui ero attraversato intraprendendo la mia anabasi verso la casa di Spider. Il tempo però cominciava a guastarsi: fra poco lo zodiaco non sarà più visibile, mi dissi. Soprapensiero, attraversai il giardino e presi la biforcazione sbagliata di un sentiero. Quando mi accorsi che i mattoni su cui camminavo non erano più gialli, ma verde bottiglia, era troppo tardi: mi ero smarrito.

 

Faceva freddo e io avevo addosso solo la giacca sopra una camicia leggera. Bestemmiando fra me e me, errai a lungo in quella selva di stradine e di ponticelli. Arrivai là dove tutti i percorsi, segnati sopra il rigoglioso verde in forma d'ingegnosi labirinti, erano cancellati, perché da tempo immemorabile non più calcati da alcun piede. Ma più  cercavo  una via d’uscita per rientrare in casa, più i miei passi sembravano perdersi in territori dove le aiuole fiorite, le piante e gli alberi artisticamente potati, i sentieri ben curati avevano ceduto il posto ad una vegetazione aspra  e, allo stesso tempo, variegata.  Si andava dai micropaesaggi di licheni e muschi, a diverse specie di graminacee, ferule ed asfodeli. All'ombra di lecci contorti e minacciosi cerri, cresceva un sottobosco cespuglioso con rose canine ed orchidee selvatiche. Fino a quando ebbi luce sufficiente, annotai la presenza di varie specie animali, come il trifone italico, il rospo comune e quello smeraldino, la rana verde, il geco kotschy, il ramarro, la vipera e l'emblematica lucertola campestre. Tra i mammiferi, riconobbi  la volpe, la faina, la lepre ed il riccio.  Fra gli uccelli distinsi la testa  striata  dello zigolo nero e udii l’inconfondibile tintinnio della  calandra; osservai le complicate manovre del lanario, le misteriose evoluzioni del falco sacro   e  le maestose cabrate dello splendido falco naumanni, chiamato anche grillaio. Il corvo imperiale, l'aquila del Bonelli, il capovaccaio, l'albanella pallida veleggiavano nelle vaste profondità del cielo, come  beni troppo  deboli per difendersi sulla terra e  cacciati via dai mali. Poi i voli del mestolone, della moretta, del moriglione, della pavoncella, del beccaccino, del fullino, del cormorano, della tortora dal collare orientale, del fringuello, della peppola, della beccaccia mi condussero in luoghi sempre più strani ed oscuri, allontanandomi dalla retta via che avevo smarrito.

 

 

Hic terminus haeret”, “Qui aderiscono i confini”, poteva essere una buona descrizione di quel luogo alchemico, dove ad aderire parevano essere gli opposti: maschio-femmina, bene-male, quiete-moto, vita-morte. Là occhieggiavano sinistramente oggetti stravaganti che Spider sembrava aver disseminato a casaccio. Mi abbeverai alla bocca di una grandiosa ed agghiacciante fontana cannibale composta da tritacarne in bronzo; mi riparai da un violento scroscio di pioggia, che durò parecchi minuti, sotto la mole enorme di un misuratore geodetico a forma d’elefante ermafrodito; inciampai in un orrendo nanetto da giardino, che avrei detto avesse fatto apposta ad attraversare il passaggio per farmi cadere in una fossa paratasi davanti a me all’improvviso ed in cui giacevano cinque giganteschi manichini d’acciaio con le mani a forma di forbice rivolte verso l’alto…. 

Continuai così per un bel pezzo, fino a quando non arrivai ad una specie di piccola piazza male illuminata  dalla luce rossastra di un lume ad olio, che pareva sospeso a mezz’aria. I colpi di vento lo facevano balzare repentinamente a destra e a sinistra. Nel confuso cerchio di luce creato dalla lampada,  si poteva distinguere la sagoma di una panchina. Sulla panchina una ragazza filiforme dai lunghi capelli neri, che seguivano docili il moto bizzoso delle correnti d’aria, fumava una sigaretta, assorta nella lettura di un libro. Mi avvicinai a quella diafana apparizione e per un pelo non ci rimasi secco.  

 

"Cristina?", riuscii a dire, stentando a pronunciare le tre semplici sillabe che componevano quel semplice nome.  

 

Lei alzò gli occhi dal suo libro e mi fissò. Vidi il mio viso  dolcemente riflesso nei suoi occhi. Disturbing the waters of our lives. Anche lei sembrava sorpresa.  

 

"Ciao Art", mi disse.  

 

"Come sarebbe, ‘Ciao Art’? Tu”, non potevo neanche  parlare dall’emozione,  “maledizione, tu...non puoi essere qui", riuscii a farfugliare. 

"Ti sbagli Art”,  mi rispose con una voce straordinariamente calma, “sei tu che non puoi stare qui."

Appoggiò per terra il libro, da cui saltò fuori un fiore secco, una rosa, che faceva da segnalibro. Feci appena in tempo a raccoglierla e leggere in copertina titolo e autore: Moby Dick, di Raymond Chandler. Poi lei batté le mani e sparì, rapita in cielo da un turbinio di fuoco e  luce turchina.

"Ci vediamo, bellezza!" sentii dire al turbinio, pochi istanti prima di svenire. Quando riaprii gli occhi, mi trovai di nuovo vicino al mobile bar, con una rosa secca fra le mani. 

 

.     .     .

La festa continuava. La musica era cambiata:    la spada laser del dee-jedi stava attaccando  I giorni del vino e delle rose, un pezzo rock dei Meat Loaf, in una  nuova versione house, o tecno, o hip-hop, roba del genere. I danzatori si erano scatenati, ma senza Suzanne mi sembrava che il tutto  avesse perso gran parte del suo fascino.   Ok, dissi a me stesso nel tentativo di far  tornare il mio livello d’autostima ad un livello accettabile, io ballo da solo. 

Spider si avvicinò con il suo tipico modo compito e curiale, un po’ da checca insomma. Non che lo sia, intendiamoci; al contrario, gode di una fama da dongiovanni piuttosto meritata, a quanto mi risulta. Tre matrimoni all’attivo significheranno pur qualche cosa. Il punto è che ha vissuto i primi vent’anni della sua esistenza con uno zio prete, dal quale ha assunto, oltre a tutta una serie di bislacche nozioni esoteriche, quel particolare modo di parlare,  camminare e vestire un po’ effeminato caratteristico degli ecclesiastici. 

Quella sera indossava una sfolgorante giacca giallo canarino che richiamava il dorato delle scarpe a punta, creando un preoccupante contrasto con la camicia verdognola, i pantaloni blu oltremare e il papillon anch’esso blu, ma impreziosito con pois granata. Dal taschino spuntava un fazzoletto bislungo e scuro, che in quella sarabanda di colori sembrava a suo agio quanto una civetta addormentata investita da un potente fascio di luce. 

Osservando quel lieto viso avanzare verso di me, fui preso da un’ondata di livore che mi bruciò il sangue nelle vene. Vanità, pensai. Ecco l’ennesima riprova che questo è il vento  rincorso dalle azioni degli esseri umani, per quanto non vi sia nulla che li renda ridicoli più di frequente. Per quanto saldo possa sembrare, ogni uomo non è che vanità. I suoi giorni non sono che dolore, la sua occupazione non è che fastidio; perfino la notte il suo cuore non ha posa. Ne so qualcosa io. Eppure, dice l’Ecclesiaste, anche questo è vanità. Giustamente un filosofo ha osservato che le ferite che le si fanno non sono mai molto gravi, e tuttavia non guariscono facilmente; così come i servigi che le si rendono sono tra i più fittizi, e pure lasciano una riconoscenza duratura. Un altro modo elegante per indicarne la pervasività è la massima  di La Rochefoucauld, secondo cui ciò che rende insopportabile la vanità degli altri è il fatto che offende la nostra.  

 

Si tratta di  uno dei tanti punti di scontro ideale con Kurtz, che invece assegna la palma di motore immobile delle interrelazioni sociali all’invidia. La sua opinione - mutuata, credo, da qualche sociologastro o critico letterario francese (in Europa, si sa, tendono a confondere la menzogna del reale con la verità romanzesca) -  è che esse si fondano su un conflitto  scaturente dal desiderio di essere un altro, attraverso il possesso di ciò che l’altro, assunto come modello, possiede. Si tratta di una tesi difficile da confutare, anche perché la sostiene con una certa abilità dialettica, di tipo socratico. 

“Quante volte”,  mi chiese una volta, “siamo stati incaricati da qualche cliente di pedinare il suo miglior amico, sospettato di farsela con la moglie o la fidanzata?”

“Ho perso il conto”, risposi.  

 

“E quante volte il sospetto trova riscontro nella realtà?”, mi incalzò. 

 

“Nove volte su dieci”, fui costretto ad ammettere. Per non perdere del tutto la partita, evitai di sottolineare che, la decima volta, quella si fa sbattere dal ginecologo o dal maestro di tennis.  

 

“Vedi? La medesima logica determina il comportamento femminile. Ciò che è posseduto da una donna viene subito voluto dalla sorella, dalla compagna di scuola, dalla collega di ufficio, dalla confidente di fiducia”. 

 

Messa così la questione,  dargli torto è un problema. Sono rimasto invischiato in un complicatissimo caso di questo genere  non più tardi  di due estati fa. Una coppia d’amiche, Helen “Pixie” Greek ed Ermione “Dixie” McAthens, mi ha fatto tribolare per settimane. Dapprima sembrava che la ricca Ermione amasse, ricambiata, uno spiantato, un certo Geremiah O’Ghee: ma poiché il padre voleva darle come marito un altro, i due avevano deciso  di fuggire e si erano diretti verso il parco di Yellowstone, per far perdere le loro tracce. Incaricato di ricondurre a casa i due piccioncini  con le buone o con le cattive, mi misi alle loro calcagna. Nel frattempo anche   Tom Buboo, il fidanzato ufficiale, cugino di O’Ghee, era partito all’inseguimento dei due fuggiaschi  attraverso la foresta, con l’obiettivo di riprendersi Ermione e fare passare un gran brutto quarto d’ora a Geremiah. Buboo era  rincorso infine da Helen, a sua volta innamorata di lui.  

 

Nei giorni successivi accadde di tutto. False piste, indizi ingannevoli, appuntamenti mancati per un soffio, trappole, imboscate: finché i quattro si ritrovarono  in un motel di Yellowstone, dove, sorprendentemente, Geremiah O’Ghee ebbe un violento litigio con Ermione McAthens e la abbandonò per gettarsi nelle braccia di Helen, che finse di starci per fare ingelosire Buboo. Durante il rocambolesco viaggio attraverso il parco era riuscita nell’intento di divenire oggetto delle brame di Tom,  stancatosi dei capricci della fidanzata, e adesso voleva vendicarsi dei tormenti patiti quando era lei ad invocare l’amore di lui.  

 

Va anche precisato che non per la prima volta  la piccola “Dixie” infiammava il cuore di Buboo. Venni  a sapere che in precedenza  era stata la sua ragazza, con gran patimento di Geremiah, da sempre infatuato di lei.  

 

Fino a quando, almeno,   Ermione aveva fatto innamorare di sé Tom. Salvo poi fuggire con Geremiah pochi giorni dopo il fidanzamento con il cugino. Decisione per me tanto tipicamente femminile quanto incomprensibile, visto anche che il padre mi aveva assicurato di non voler forzare le scelte sentimentali della figlia, pur esigendo  che l’impegno preso con il fidanzamento, da lei liberamente assunto, fosse  mantenuto. A meno che Ermione non avesse ceduto a qualche forma di ricatto da parte di Buboo, su cui mi chiese di indagare. Nulla risultò  a carico di Tom. Perché  allora Ermione lo aveva rubato all’amica, se era innamorata di Geremiah? Non riuscivo proprio a capirlo.  

 

La spiegazione offerta da Kurtz fu nitida: per lo stesso motivo che aveva indotto Geremiah ad entrare  in competizione con Tom. Perché, in altre parole, fra “Pixie” McAthens  e  “Dixie” Greek sussisteva  lo stesso  rapporto esistente fra Buboo e O’Ghee, fondato sull’invidia reciproca. Ciò che era posseduto dall’una era subito voluto dall’altra. Il rapporto era a due vie: come mi confermò qualche tempo dopo Robin P. Deckard.  Conoscevo bene Deckard, fin dai tempi in cui avevamo risolto insieme il caso di  alcuni  condannati ai lavori forzati che, dopo essere evasi, sotto l’effetto di un potente allucinogeno avevano seminato il terrore a New Nantucket. Stavamo allora  alla Scientifica, anche se poi ne uscimmo entrambi per dedicarci, diciamo così, alla libera professione: a quei tempi lui trattava i crimini dei pazzi che erano dichiaratamente tali, io  tutti gli altri. Non che ci fosse una gran differenza. Per questo spesso lavoravamo insieme. 

 

Lo psicanalista, dopo aver preso in cura Helen, mi svelò la caratteristica  ricorrente nei coloratissimi ed animati sogni della sua paziente. Durante il sonno Helen  vedeva agire sé stessa   nelle situazioni più bizzarre, ma sempre nei panni dell’amica. Helen si identificava nelle fattezze di una mostruosa Ermione che di volta in volta  assumeva diverse identità animalesche:  una colombella a caccia di un grifone, una   cerbiatta alla rincorsa di una tigre, uno struzzo che insidiava un coyote, un canarino divoratore di gatti. Una vera e propria idea fissa,  che, secondo lo strizzacervelli, realizzava, almeno a livello onirico, il desiderio di “cambiarsi” in Ermione. Per Helen   avere Tom, dunque, era solo un mezzo per essere Ermione.  

 

Da parte loro, Geremiah e Tom non offrivano uno rappresentazione migliore di sé stessi: il primo, dopo aver sottratto Ermione al suo promesso sposo Tom,  non aveva più il pungolo della rivalità invidiosa.  Gli sembrò allora ancora desiderabile Helen, proprio nel momento in cui Tom stava cercando di rimettersi con lei. I due, insomma,  non erano mai innamorati a lungo di una delle ragazze, ma di volta in volta entrambi s’innamoravano sempre della stessa. Tom desiderava Ermione finché Geremiah mostrava di amarla; non appena  costui si volgeva verso Helen, lo seguiva, e viceversa.  

 

Le cose arrivarono ad un punto tale che i due uomini, la stessa notte scelta da Geremiah per abbandonare Ermione,  vennero alle mani, nel folto di un bosco di sequoie a poche centinaia di metri dal motel.  Helen cadde in deliquio nel suo letto ed Ermione, fuori di sé, riuscì a chiudersi da sola  nella hall, di cui si dette a distruggere sistematicamente l’arredamento, fra la disperazione del direttore del motel e del maitre. Quest’ultimo, soprattutto, era angosciato per la sorte di una costosissima cassa di vino bianco che era stata appena recapitata dalla Francia e che si era ritrovata in compagnia delle escandescenze della giovane donna. La quale  si divertiva a trarne fuori le bottiglie contenute, una ad una. Si versava degli assaggi in un ampio calice; osservava il colore del liquido rilucente nella coppa di cristallo, un giallo paglierino carico, con riflessi dorati; ne testava il profumo aromatico, fruttato e floreale con sentori di frutta esotica, albicocca e rosa gialla, accompagnati da eleganti note speziate, tra le quali era riconoscibile il chiodo di garofano; ne valutava il gusto  secco, caldo e morbido, di buona freschezza e struttura; per poi usare quelle stesse bottiglie come giavellotti esplosivi lanciandole contro le pareti, forse insoddisfatta dalla scarsa persistenza del sapore e dal sottile ritorno, fra le note fruttate e speziate dolci, di un troppo lieve retrogusto spermatico, almeno a giudicare da quanto si riusciva ad intravedere attraverso le porte smerigliate, sbarrate dall’interno, e  dal fracasso che proveniva dalla sala, appena attutito dai pesanti velluti amaranto che ricoprivano i muri. 

 

Tutto questo mentre, per il nostro scontento,  le stagioni parevano sovvertite, quasi che la giovane primavera, l’estate rossonereggiante,  l’autunno dalle foglie morte  e  l’inverno con i suoi rigori si fossero scambiati le casacche: così, a causa di una improvvisa quanto  violenta tempesta di neve che mi aveva bloccato sotto un ponte ed aveva interrotto le comunicazioni in tutta la zona, impedendo ai gestori del motel di chiamare le forze dell’ordine, arrivai sul posto quando ormai la situazione stava precipitando. Fortunatamente, però, ancora in tempo, anche se proprio allo scadere.  

 

Nessun arbitro avrebbe concesso i supplementari: se non fossi intervenuto a recuperare i due cugini, che  trovai semiassiderati sotto una piccola valanga di neve che la tormenta aveva rovesciato su di loro, troppo occupati a darsele di santa ragione per accorgersi del repentino cambiamento di clima; a bloccare la McAthens, che era comunque già riuscita a devastare la hall, infliggendole danni superiori a quelli che avrebbero potuto provocare  una dozzina di moschettieri ubriachi, con servi al seguito,  nelle cantine di un’osteria inglese; e  a soccorrere la Greek, facendole rigettare  le decine di Tavor che si era cacciata in gola,  sarebbero stati guai seri, ci sarebbe scappato probabilmente anche il morto.  

 

Dopodiché, però, mollai tutto e lasciai i quattro alle loro beghe. Quelli non avevano bisogno di un detective, ma di un mago o di un folletto, che con un qualche prodigio rimettesse a punto i congegni che giravano a vuoto nelle loro teste. Perciò li mandai tutti in terapia di gruppo da quel brav’uomo di Deckard e credo che adesso stiano un po’ meglio. Tuttavia la loro storia costituisce un buon esempio, per quanto estremo, della bontà della tesi sostenuta dal mio subcosciente.  

 

“Che dire poi – aggiunge Kurtz – della diversità? La diversità di ogni ordine, sessuale, etnica, culturale, scatena piccoli e grandi meccanismi persecutori, fondati sull’invidia. Non è necessario essere un Giulio Cesare e avere una moglie che porti iella per temere le Idi di marzo. Basta essere  un poco più intelligenti o meno conformisti degli altri. Saper palleggiare un po’ meglio della media o pubblicare un romanzo non del tutto mediocre. Viviamo in una società formata da presunti individualisti, in effetti totalmente asserviti gli uni agli altri: dove chi è portatore di idee diverse o capacità originali è  destinato a divenire il capro espiatorio su cui scaricare le enormi frustrazioni che la inconsistente circolarità dell’invidia determina.” 

 

A ben vedere, però, i due punti di vista, il mio e quello di Kurtz, non sono così lontani, se si considera che il vanitoso vuole in fin dei conti essere invidiato. Mi spiego. Prendiamo il caso di prima. Tom non cercava tanto l’amore di Helen o di Ermione: desiderava ogni volta vantare la sua superiorità sessuale su Geremiah, suscitando una speculare reazione invidiosa. Lo stesso valeva per gli altri  protagonisti di quella pazzesca estate a Yellowstone, quando la ripetuta applicazione dello schema, per cui ogni attacco vanitoso era seguito dal relativo contropiede invidioso, aveva raggiunto il diapason, portandoli sull’orlo dell’annientamento collettivo.  

 

Risentimento? Può darsi, ma non facciamola troppo difficile. Basta riportare i rapporti umani ai minimi termini:  la  vanità   genera l’invidia, che subito vuol schiacciarla sotto i propri piedi, così come l’invidia sollecita la ripartenza della vanità. Ogni fatica e tutta l’abilità messe in un lavoro non sono così che  invidia dell’uno contro l’altro. Anche l’invidia è insomma  vanità, un correre dietro al vento dei propri desideri, in un continuo ribaltamento del fronte di gioco, un circolo vizioso che si autoalimenta fino a distruggere uno o tutti i partecipanti allo scontro, dopo averli ridotti a fenomeni da baraccone  degni del Braccobaldo Show. Per la gioia di amici e conoscenti che si beano dello spettacolo come un branco di hooligan strafatti.

E’ possibile che, paradossalmente, tutto questo abbia a che fare con il senso di inadeguatezza che perseguita ciascuno di noi. Siamo tutti bambini, in fondo: abbiamo l’incoercibile bisogno di essere riconosciuti dagli altri, di essere apprezzati, di essere amati senza riserve. Ma poiché ci sentiamo piccoli, deboli, meschini, insufficienti, cerchiamo di metterci in mostra anche per quello che non siamo, esagerando virtù che possediamo solo in modesta misura o inventandoci una identità che pensiamo possa avere più successo di quella che riteniamo ci connoti. Se vogliamo, chiamiamola pure volontà di potenza, senza offesa per Nietzsche. Vantandoci, cerchiamo in fondo di farci passare per qualcun altro che, più o meno consapevolmente, sappiamo esserci estraneo, in parte o in tutto: non solo, come spiega una illustre esperta polacca di management, quando siamo alla ricerca di un posto di lavoro, ma sempre, ogni giorno, in ogni momento. 

Questo spiegherebbe perché, a ben vedere,  non è che il vanitoso  subisce l’invidia: piuttosto, la ricerca. Se, da una parte,  vi è un individuo che desidera per sé gli oggetti, le qualità, gli attributi, insomma la potenza di un altro individuo, sia egli veramente potente, ovvero adeguato alle aspettative degli altri, sia che gli appaia tale, dall’altra vi è un secondo individuo che, a sua volta, desidera che l’altro riconosca, apprezzi e ammiri i propri oggetti e la propria potenza, sia essa economica, sociale, sessuale, intellettuale, psicologica. Quest’ultimo individuo offre se stesso come oggetto dell’invidia altrui, esibendo atteggiamenti e comportamenti vanitosi.  Ignora il saggio precetto del “primo, non prenderle”. In fondo, vuole essere distrutto. E poiché la vanità è il vizio più comune, essendo espressione del bisogno più profondo, quello di sentirci all’altezza del nostro ruolo nel mondo, di essere riconosciuti come “potenti” e quindi di essere accettati dagli altri, tanto che, biblicamente, tutto può dirsi vanità,  ha ragione con ogni evidenza chi vede nella pulsione di morte la mano invisibile che regola l’economia dei rapporti fra gli esseri umani. Triplice fischio finale. Questo è tutto, gente.  

 

.     .     .

Una scansione ritmata di voce e sillabe si levava dagli incubi e dalle leggende dei ghetti di New Nantucket. Fra sentori di Giamaica e di  Reggae,  invocazioni vodoo al ritmo sincopato dello scat si alternavano allo scratch:  la paura dell’intera comunità afroamericana  per il poliziotto bianco si sfogava  massacrando  con un incomprensibile slang metropolitano ciò che restava dell’originale base musicale dei Meat Loaf. Il disco di vinile trattato come un giocatolo sonoro trasformava le delizie del rapper in un sottile e crescente brivido di orrore che si trasmetteva all’atmosfera della casa. Il flusso dei pezzi soul e funky produceva un moviment, un’insurrezione notturna e collettiva della parte più nera delle nostre anime, che trovò la propria catarsi finale nell’urlo: “join the party!”. Per qualche secondo, l’espressione musicale  della way of life dei bassifondi nantuckettesi sparì dalle nostre orecchie, per tornare nei quartieri malfamati frequentati da break dancers e da individui abbigliati con un eccesso di kitsch che comprende catene, borchie, piercing, un casual firmato Dolce e Gabbana o trafugato all’Adidas.

 

.   .   .

 “Ciao vecchio”,  mi salutò Spider, “come butta?”  

 

“Sopravvivo”, risposi. E considerando l’eternità che precede la nostra venuta al mondo e l’eternità che la segue, c’è davvero di chi rallegrarsi di questo fatto. Statisticamente parlando, se guardiamo le cose da un punto di vista sufficientemente ampio, le possibilità di essere in vita sono piuttosto scarse. 

 

"Che umore plumbeo. Andata buca con la bionda, eh?", fece Parker, sfoderando dal proprio repertorio la sua espressione più scaltra. Non era poi troppo scaltra, in effetti, per un avvocato della sua fama, ma era quella più scaltra di cui poteva disporre. 

 

"Hai fatto una cura di fosforo ultimamente o è la mia vicinanza ad acuire le tue facoltà intellettive?", replicai.  

 

"Art, non prendertela con me se sei andato in bianco", disse Peter Parker. "Poi guarda che è meglio così. Gira la voce che Suzie sia la pupa di un gangster. Un pezzo da novanta. Starle alla larga è più vantaggioso per la salute", affermò con una certa gravità, abbassando la voce e guardandosi attorno con aria comicamente circospetta.  

 

"Uh,uh”, borbottai, “questa rivelazione mi sconvolge". 

 

"Scusami. Dimenticavo che tu sei superiore alle futilità cui siamo attaccati noi miseri mortali... come il desiderio di salvare la pelle, tanto per ricordarne una", disse. 

 

Lo guardai. Ironicamente, mi parve. 

 

Parker, che ha un temperamento sanguigno, si scaldò: 

 

"Ok, supereroe. Vuoi sapere come si chiama il malavitoso? Moebius!", sbraitò. 

 

Alle sue spalle una bruna leopardata, inerpicata sugli altissimi tacchi  di un paio di stivaloni sadomaso in lucida pelle nera,  sussultò, un po’ spaventata, rovesciando una coppa di champagne sulla giacca di un tizio dalla faccia pelosa. La donna si girò, spalancando gli occhi bovini che esprimevano uno stupore attonito, da ubriaca. Spider  le fece un cenno di scusa, si ricompose e sogghignando concluse in tono più sommesso: 

 

"Moebius junior, naturalmente. Ti dice nulla?". 

 

Era lui a guardarmi adesso. Ironicamente, molto ironicamente.  

 

Moebius junior, pensai. Ancora. A quel che rimaneva della mia gamba destra era un nome che diceva parecchio. Ad esempio, che la caccia era sempre in corso. Rimasi in silenzio.  

 

Visto lo scarso effetto che le sue parole sortivano sul mio buonumore, Spider propose: 

 

"Beviamoci sopra". 

 

Finalmente un’uscita apprezzabile. Ci attaccammo ad una bottiglia di whisky scozzese e ben presto mi sembrò che la vita potesse tornare ad avere un senso. Il fiasco con Suzanne però non riuscivo a digerirlo.  

 

"Se sta con Moebius - domandai - perché diavolo esce con quel sputasentenze cicciuto di Bloomfield?"  

 

Devo ammettere che nutrivo una certa animosità nei confronti di quel parlatore alcolizzato, cui attribuivo la responsabilità di avere fatto naufragare i miei progetti amorosi.  

 

"Vedi - mi rispose Spider - Suzanne è arrivata da poco in città, con una laurea in Lettere presa alla Sorbona e ambizioni di carriera all’interno dell’Università. Bloomfield è appunto un pezzo grosso dell’Ateneo di Los Angeles. Se sai fare due più due..." 

 

"Quattro, se non ricordo male. Già." 

 

Per un momento un’ondata di depressione m’invase. Ma subito mi risollevai. Anche Moebius era della partita, o no? Mi affrettai a verificare questo punto con Spider Parker. 

 

"E con Moebius come la mette?", chiesi. 

 

"Non lo so di preciso, anche se di certo i due, il gangster e il professore, si frequentano", rispose Parker.  

 

Tracannò d’un fiato un bicchiere colmo di whisky, riuscendo anche nella notevole impresa di inghiottire  diversi cubetti di ghiaccio interi senza strozzarsi.  Poi continuò: 

 

"In teoria non dovrebbero avere nulla da spartire. Tu conosci Moebius. Si occupa di rapine, furti, ricatti, questo tipo di cose. Come tu ben sai, organizzate in grande stile. Senza che sia mai stata trovata una prova a suo carico. E quando c’è da ammazzare non si tira indietro. Anche il tuo incidente... Sappiamo che è stato lui, ma è impossibile dimostrarlo ad una giuria. Ma c’è qualcosa d’altro sotto…” 

 

“Vale a dire?”  

 

“Beh…” Parker abbassò la voce. Adesso sembrava veramente preoccupato. 

 

“Due sere fa fra i miei ospiti avevo l’Ispettore Capo Dan Homey. Lo conosci, no?”, mi disse, indicando lo schermo al plasma da trentadue pollici che trasmetteva in diretta le immagini della baldoria, di cui anche noi eravamo parte, commentate dal poliziotto più celebre dell’isola,  il conduttore di “Delitto e castigo”. 

 

“Mi prendi in giro?”, chiesi, non senza irritazione. 

 

Era Homey che mi aveva incastrato anni prima e che mi aveva fatto cacciare dalla polizia. Se non fosse stato per i buoni uffici di Peter ne sarei uscito con le ossa rotte, dopo un congruo periodo di riflessione dietro le sbarre. Me la cavai invece con l’espulsione, che fra l’altro non mi impedì di ottenere in seguito la licenza di investigatore privato. Certo, da lì in avanti la mia vita cominciò ad andare sempre peggio. Ad Homey invece quella storia, amplificata  dai media, aveva spalancato le porte della celebrità, fino a farlo divenire una star televisiva. Ora conduceva un popolarissimo programma sulla vita segreta  di New Nantucket, forte delle informazioni di cui poteva disporre nella sua qualità di primaria autorità investigativa della zona. Feste private, piccoli scandali, guerre fra baby gang, episodi più o meno efferati di pedofilia, con tanto di rapimenti, stupri e altre violenze assortite, suicidi rituali di gruppo, omicidi singoli su ordinazione. Si diceva che stesse addirittura girando  un film, per conto di un’importante casa di produzione hollywoodiana, un horror metafisico di cui non si conoscevano i dettagli, ma che appariva destinato a divenire un successo internazionale. 

 

“Insomma, Homey, arrivato più o meno al quarto gin tonic, si è lasciato scappare che Bloomfield avrebbe una seconda identità e…che sarebbe lui il Gran Bokòr. Ti rendi conto? Se fosse vero, è chiaro che per Moebius sarebbe una amicizia estremamente utile…vista la quantità di cadaveri che si trova a dover riciclare”. 

 

Il Gran Bokòr. Il leggendario stregone che ruba l’anima ai defunti per trasformare i loro cadaveri in non-morti mezzi scimuniti ma dalla enorme forza, condannati a rimanere schiavi al suo servizio. E che da tempo si era stabilito nella nostra beneamata cittadina, secondo un buon numero di probi nantuckettesi. A cui ora si era aggiunto anche Parker. Siamo in pieno delirio collettivo, pensai.  

 

L’espressione assunta dal mio volto  dovette essere sufficientemente eloquente perché Parker disse: 

 

“Sei scettico, eh? Lo immaginavo. “ 

 

“La nostra esistenza è il passare di un'ombra e non c'è ritorno dalla nostra morte, poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro.”  

 

“Ok, ok, risparmiami le citazioni bibliche. Per quelle mio zio basta e avanza”. 

 

“Mi domando però che interesse abbia Homey a mettere in circolazione certe voci. Lo conosco troppo bene per non sapere che non fa mai nulla a caso.”  

 

“Che cosa vuoi dire?”  

 

“Non so. Che potrebbe essere lui il Gran Bokòr e sta cercando di pararsi il culo. Mi sembra  il tipo del succhia-anima. Sicuramente più di Bloomfield, che al massimo è un rompi-anima”. 

 

Parker scosse la testa e poi disse:  

 

”Ad ogni modo, sembra che Moebius abbia perso la testa per Suzanne".  

 

"Questo significa che le regala gioielli, le fornisce un cospicuo conto in banca, le paga l’affitto di un appartamento lussuoso... O sbaglio?" 

 

Una smorfia atroce apparve sulla faccia di Spider Parker: quello che nella sua opinione era forse un sorriso malizioso mi confermò di avere inquadrato bene il personaggio. 

 

“Su, tendete i vostri grembiali, sgualdrine!”, proclamai, per sfogare il mio avvilimento, mettendomi in piedi su una sedia e distribuendo con generosità alle astanti fasci di biglietti da mille dollari. Immaginari, s’intende. 

 

"Le donne sono tutte uguali”, affermò lui per tutta risposta. 

 

“Non vale la pena di cambiarle, allora”, commentai, mentre tornavo a posare le mie estremità inferiori  sul pianeta Terra. 

 

“Giusta osservazione”, masticò amaro Parker.

Ero stato un po’ troppo duro. Era appena uscito dal suo ultimo divorzio. Ma  tirai dritto:

“Se puoi dar loro soldi o prestigio sociale sono pronte a fare di tutto per te….  Altrimenti...avanti un altro. Fino a quando non si stancano di usarlo." 

 

Colpo di fulmine. Innamoramento e amore. Sono solo un povero idiota, mi trovai ad ammettere non per la prima volta nel corso della mia vita. Idiota recidivo. Qualsiasi tribunale mi avrebbe appioppato una solenne condanna con accrescimento della pena per circonvenzione di quell’incapace che ero io stesso. Giudicai che una bottiglia di whisky senza condizionale fosse una punizione adeguata per gli sproloqui mentali che mi avevano ispirato gli occhi di Suzanne. Non solo gli occhi, d’accordo.  

 

"Accontentati di una donnetta comune, magari bruttarella, o anche solo passabile, e basta molto meno. Ma le femmine come Suzanne vogliono di più. Ognuno ha il suo prezzo, caro mio. Non puoi comprarti una Rolls Royce se non hai i soldi per pagare il pieno", sentenziò il padron di casa. 

 

Aveva l’aria di voler aggiungere qualche altro illuminante arcano, ma la necessità di risciacquarsi le budella con un po’ d’alcool lo indusse ad effettuare una breve pausa.  

 

Fu allora che, inaspettatamente, almeno per il tizio dalla faccia pelosa che si ostinava a stazionare nelle vicinanze e che per la sorpresa si rovesciò sui vestiti l’ultimo di una lunga serie di bicchieri di champagne, picchiai un pugno sul tavolo e imprecai ad alta voce. Lanciai un "Perdio!" altisonante: l'eco, narcisisticamente, urlò  a lungo il proprio dolore e la propria infelicità sciabordando attraverso le alte volte del salone, lottando strenuamente per mantenersi a galla ed infine sprofondando fra l’indifferenza generale e l’agitazione più specifica di nostalgici breakdancers che si strofinavano dappertutto intenti solo a scambiarsi colpi di kung-fu o a ripercorrere i passi più spericolati del Freak, dello Smurf, del Patty Duke e persino del Wop.  Eppure a me sembrava la perfetta conclusione di tutto il ragionamento. 

 

Parker scoppiò in una clamorosa risata e mi rifilò una gran pacca sulle spalle. Al che presi a ridere irrefrenabilmente anch’io e gli detti una manata nel basso ventre. Non saprei dire quanto a lungo io e Spider continuammo a ridere, a bere e a scambiarci  colpi, botte e cazzotti  sempre più forti. Forse ad un certo punto giungemmo persino ad azzuffarci per l’ultimo sorso di whisky, come due vecchi ebrei in lite per un pezzo di stoffa o di carne. So solo che, alla fine della serata, eravamo entrambi sbronzi e perfettamente d’accordo nel considerare le donne semplici optional nel quadro generale dell’esistenza umana.

postato da: G-host | 14:38 | commenti
romanzo a colori 3 capitolo 2

martedì, 05 aprile 2005

Quadro clinico n. 1: Il party 

Passò del tempo. Gli arti continuavano a disinteressarsi degli ordini che il mio cervello cercava di trasmettere loro. Tentai con i suggerimenti ed infine con le suppliche: niente da fare. Le braccia e le gambe rimasero rigide, inflessibili, come una donna frigida vanamente sollecitata da un amante focoso. Ora però sembrava che avessi recuperato la sensibilità corporea. A tratti, anzi, le membra erano attraversate da fitte lancinanti, che mi facevano comprendere cosa potesse provare un quarto di bue tranciato dalla mannaia di uno spietato macellaio. Riuscivo poi a connettere con sempre maggiore chiarezza, anche se tardavo a recuperare la memoria di quanto era accaduto  nella sua completezza.

C’è chi non si accorge di quello che fa, una volta desto, proprio come altri si dimenticano quello che fanno quando dormono. Io, invece, avevo scordato durante il sonno quello che avevo fatto da sveglio. O, piuttosto, i miei ricordi avevano subito un processo di dissolvimento, decomposizione, distacco, disintermediazione, frammentazione, condensazione, riaggregazione  e ridislocazione interna: come fotogrammi di un film  in parte  andati perduti, in parte rimixati, in parte montati in un ordine di cui mi sfuggiva il senso logico.  

 

 

Bundling e unbundling. Forse ero andato in sovrapproduzione biochimica, per un qualche motivo avevo caricato eccessivamente i circuiti cerebrali mandandoli in tilt. Esiste ad esempio una teoria secondo cui un eccesso di aminossidasi provoca allucinazioni, disorientamento ed esaurimento nervoso. Di certo, per adottare una terminologia ingegneristica, il Cid Hamete Benegeli, che avrebbe dovuto tradurre il manoscritto latore delle mie recenti avventure, aveva combinato un gran brutto pasticciaccio. Mi dibattevo nell’oceano della memoria come un ippocampo con la labirintite. In particolare aveva cancellato ogni traccia delle ultime ventiquattro ore. Sapevo solo desso sche era il primo di novembre e che la sera precedente avevo partecipato ad uno dei soliti party organizzati da Peter "Spider" Parker. Spider è un vero specialista del settore e la sua casa è il luogo ideale per questo genere di attività ludiche, benché la prossimità al cimitero locale, con cui confina direttamente lungo il lato settentrionale, le conferisca un tocco di tenebrosità. 

 

Tuttavia solo un esperto navigatore può guadagnarsi l’accesso alla sua residenza. Orientarsi nella caotica topografia di New Nantucket è di per sé un’impresa improba:  pervenire all’edificio in cui vive Peter Parker e, quindi, alle stanze in cui si svolgono le sue favolose feste rappresenta per il viaggiatore una sfida ai limiti dell’impossibile, poiché occorre attraversare la zona dei bordelli e delle case da gioco, un intricato Pigalle di viuzze male illuminate e vicoli sordidi. Il modo più semplice di giungere là è passare per la Main Road, costeggiando  l’ordinata sfilata delle prostitute in attesa di clienti. Venendo da sud, dopo il secondo falò si svolta a destra lungo la Morning Street, in fondo alla quale si trova il cancello d’ingresso, sovrastato da un  cartello recante la dicitura: “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”. Il che dà subito la misura del senso dell’umorismo di Parker, non esattamente tra le sua qualità più apprezzabili.

 

Che non sono poi numerosissime, se vogliamo dirla tutta. 

 

Qui ha inizio quello che Spider chiama "il giardino": un parco smisurato, diviso da una serie di sentieri tortuosi, fittamente intersecati e bordati da file di piccoli cipressi. Fra un sentiero e l’altro sorge dal suolo ogni sorta d'alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, irrigati da un corso d’acqua  articolato in quattro bracci (il gelido Stige, l’infuocato Flegetonte, lo scuro Acheronte, l’argenteo Lete), collegati fra loro con dei ponticelli, che complicano ancora di più la struttura degli itinerari interni.  

 

Il percorso principale è segnalato dalla presenza di mattoni gialli: chi arriva per la prima volta in questo luogo, senza essere a conoscenza del trucco per arrivare alla casa, rischia di perdere ore e ore prima di imboccare la strada giusta. Spider sostiene che il suo giardino è stato disegnato in conformità ad antichi manoscritti medioevali: costituirebbe una rappresentazione simbolica del mundus, il mondo nell’accezione cristiano-medioevale, concepito come un regno infero. Al centro del regno si trova l’Ecclesia, spiega, ovvero casa sua:  solo chi riesce a percorrere il faticoso cammino che porta fino ad essa merita di valicare le porte del Paradiso, di cui lui, novello San Pietro, detiene le chiavi.  

 

Non saprei dire quale fondamento abbiano le speculazioni teologiche che ispirano Spider, quali siano le radici dello strano vegetale che, annaffiato dall’educazione religiosa impartitagli da giovane, produce i frutti delle sue strampalate conoscenze; bisogna ammettere però  che fa di tutto per rendere la villa simile ad un moderno Eden, dove prospera l’albero della bella vita. Anche quella sera non mancavano whisky di prima qualità, ragazze giovani, carine e disponibili, le armonie jazz di Gerry Mulligan ad incedere  per i locali dell’appartamento con movenze morbide e sensuali.  

 

Nel salone principale,  l’andirivieni d’uomini e  donne  attorno alle bottiglie di champagne e  alle tartine, in quantità sufficienti a riempire il ventre vorace di un esercito di lanzichenecchi e disposte ad arte su un ampio tavolo rettangolare di alabastro, collocato da un accorto stratega  in posizione mediana rispetto al campo di battaglia, creava un traffico  irregolare e periglioso,  come il manovrare di reclute sbattute in prima linea, pur non avendo perfezionato l’addestramento necessario.  

 

Dal punto posto all’incrocio delle immaginarie diagonali che  oblique intersecavano il profano altare empiamente venerato, con lena affannata, dagli eletti invitati di Spider, un’enorme, ghignante zucca, lontana discendente di quella all’ombra della quale amava assopirsi Giona,  ne guatava beffarda le vite disperdersi come nebbia scacciata dai raggi del sole e disciolta dal loro calore. Noi, ad ogni buon conto, nell’attesa del disfacimento finale ci davamo dentro a più non posso, inebriandoci con i vini squisiti offerti dal nostro ospite e con i profumi delle dame, benché questi ultimi fossero intrisi del sudore dei cavalieri cui esse si stringevano nel fervore delle danze. Zucca cura te ipsa: facesse attenzione ai vermi pronti a roderla dall’interno invece di menare gramo, pensai, tenendo salda la determinazione a godermi la serata. Bisbigli, rumore di vetri infranti, rantoli dei primi ubriachi, gridolini femminili e fragorose risate maschili. La televisione locale che riprendeva in diretta l’avvenimento. Gran bella festa, davvero. 

 

Rammentavo di essermi insediato presso il mobile bar, deciso a prendere una sbronza solenne. Mi posizionai nei paraggi di un’ampolla dalla forma allungata contenente un liquido ambrato. Al suo stretto collo di vetro era appiccato un biglietto con la scritta "Bevimi". Credendo si trattasse di whisky, mi servii un’abbondante razione, che buttai giù di un fiato. Errore. Non era un drink, era dinamite allo stato puro: una mistura micidiale, più bruciante della tequila, più gelida della vodka, giunse in pochi secondi al mio fegato, dove provocò  una spaventevole deflagrazione interna. Il contraccolpo venne amplificandosi nella scatola cranica e mi fece schizzare gli occhi dalle orbite. 

 

Accusai uno sbandamento. Mi venne da pensare ad Adamo e allo shock che doveva aver provato dopo essersi azzardato ad assaggiare quella maledetta mela guasta. Maturai la subitanea convinzione  che le sue condizioni di allora fossero simili alle mie attuali. Non tanto buone, quindi, visto che fui costretto ad appoggiarmi  sul mobile bar, assumendo la posa scomposta di un malcapitato, sorpreso in una strada isolata da una banda di malviventi, colpito con violenza da un colpo sotto la cintura e quindi abbattuto da una randellata sul cranio. Boccheggiai per un po’, cercando di riprendere fiato:  infine scivolai su una compassionevole poltrona, con l’impressione di avere ricevuto una botta in testa tale da aver ridotto la mia altezza di una ventina di centimetri almeno.  

 

Il mio sguardo rimase fisso, vitreo. Come in un sogno, o in un film, vidi sfilare davanti a me colonne umane che salivano e scendevano dallo scalone comunicante con le stanze del piano superiore. Salivano e scendevano, contraffazioni di imitazioni degli angeli di Giacobbe; al tempo stesso, era come se si muovessero in tondo, formando degli eterni anelli. Dopo avere percorso tutti i gradini che puntavano verso i piani superiori e le mansarde ricavate fra le alte navate della parkeriana Ecclesia, si ritrovavano  al punto di partenza, al piano terreno. Salivano senza salire, scendevano senza scendere: eppure continuavano nel loro ininterrotto procedere, quasi che da qualche forza superiore fossero costretti ad interpretare quell’impossibile minuetto circolare a mio esclusivo beneficio.  

 

Piano piano mi riscossi. Distolsi lo sguardo dalle folle di pellegrini arrampicati lungo quelle scale infinite. Recuperate le mie facoltà psichiche, vidi intorno a me nuovi tormenti e nuovi tormentati. Tre convitati  si stavano lamentando con alti lai perché le scorte di cibo e d’alcol andavano esaurendosi. Essendo ancora troppo debilitato nel fisico, cercai di risolvere la situazione utilizzando la forza della mente: fidando quindi nell’ipotesi di Freud, secondo cui il pensiero è stato il mezzo arcaico di comunicazione tra gli individui e la parola il più recente. Per attivare quel fenomeno di percezione extra sensoriale grazie al quale si stabilisce una misteriosa corrispondenza tra soggetti anche molto lontani, in modo che, in sogno o desti, si viene a conoscenza di quanto accade o è accaduto in un istante dato ad un individuo, spesso con visioni improvvise di più persone, quasi fossero realmente presenti, un po’ come avviene inviando una stessa immagine a più videotelefoni contemporaneamente, articolai nel mio cervello la seguente invocazione: “Silenzio, alla presenza del Signore Dio, perché il giorno del Signore è vicino, perché il Signore ha preparato un sacrificio, ha mandato a chiamare i suoi invitati” 

 

Funzionò.  Spider Parker accorse sul luogo:  distese le palme, chiamò i servitori e fece subito portare nuove provviste.  Come quel cane che abbaiando cerca la preda e si calma dopo che è riuscito ad ottenere il cibo, per il quale ha combattuto, così, dopo il gesto di Spider,  le facce lorde dei tre golosi si acquietarono.  

 

A quella vista, mi venne appetito. Rimanendo seduto al mio posto, allungai una mano verso un tavolino, su cui troneggiava una montagna di paste al cioccolato all’ombra di un’insegna che suggeriva: "Mangiami". Mi fermai per un attimo, indeciso sul da farsi; poi presi il coraggio a due mani e sbocconcellai un dolcetto. Il test questa volta ebbe un esito positivo. Acquisii allora l’intero vassoio e iniziai una sistematica opera d’ingestione del suo contenuto, dopo essermi allungato sulla poltrona. 

 

.     .     .

Fu lì che, verso le dieci, un tizio,   un nanerottolo infagottato in un vestito scuro da becchino - ma adatto anche, all’occorrenza, come abito da matrimonio - mi attaccò un gran bottone, costringendomi ad un peripatetico girovagare lungo le sale di casa Parker. Si qualificò con il nome di Andrew Bloomfield. Era un uomo piuttosto anziano, grassoccio e malfermo sulle gambe piccole, oltre che tozze. Tutto in lui - la figura minuscola, tondeggiante e che ispirava una sorta d’immediata repulsione; l’ispida peluria nerastra distribuita a macchie irregolari su un mento sfuggente; i due occhietti nerissimi e miopi - tutto in lui, dicevo, richiamava irresistibilmente l’immagine di un porcospino. 

 

 

A quanto pareva era invece un professore universitario. Tanto è vero che cominciò a tenere una lezione sul concetto di utopia. Genesi, sviluppo e sua attuale valenza nel pensiero contemporaneo. Doveva avere meditato molto sulla questione e,  per qualche perversa ragione, aveva deciso di confidare proprio a me le sue riflessioni. Forse Spider gli aveva riferito che avevo frequentato la Facoltà di Filosofia della Columbia University in gioventù. Forse si era dimenticato di aggiungere che ne ero stato cacciato dopo meno di nove mesi. 

 

“Se dovessimo”, mi diceva piuttosto pomposamente ”indicare qual è, fra i tanti possibili, l’elemento che più di altri determina la nascita del modo di pensare “moderno”, lo indicheremmo  nella crisi della  dicotomia fra Reale e Immaginario, fra Fisica e Metafisica, fra Città Terrestre e Città Celeste, che da Aristotele fino alle soglie del Rinascimento rimane un indiscutibile dogma. E‘ d’accordo?” 

 

Non mi sbilanciai. Mantenni un’espressione impenetrabile. Produssi una metamorfosi. Chi tace acconsente o chi tace sta zitto? Il mio silenzio diceva di sì o intendeva esprimere un no? Copriva una conoscenza nascosta o rivelava la mia ignoranza? Era dolce e accogliente o violento e provocatorio? Era una dichiarazione di innocenza o un’ammissione di colpevolezza? La battuta di una pellicola dimenticata (o era un vecchio libro di Paul Auster?)  si tramutò un problema attuale di Bloomfield ed in una istanza metafisica al di là del tempo. 

 

“Sì? No? Guardiamo ai testi fondativi della modernità. Troveremo altrettante conferme. Il dubbio circa la struttura e la stessa consistenza ontologica del reale è al centro delle rappresentazioni teatrali che Shakespeare crea in Inghilterra sul finire del sedicesimo secolo e nei primissimi anni del diciassettesimo; caratterizza in Spagna la nascita del romanzo con il Don Chisciotte, apparso pochi mesi prima del Re Lear , nel 1605…” 

 

Giganti e mulini a vento. Elmi e catinelle. Essere o non essere. Mi chiesi dove volesse arrivare.  

 

“…induce Galileo a leggere il linguaggio matematico in cui è scritto il “grandissimo libro” della natura, confutando, nel Discorso sui massimi sistemi,  che è del 1632, la concezione aristotelica del mondo sia pure, cautamente, come “pura ipotesi”,  mentre il poeta Calderon della Barca proclama, senza mezzi termini, che “la vita è sogno”  nel 1635; provoca la fondazione del nuovo metodo filosofico del francese Cartesio, che pubblica il proprio Discorso nel 1637…”  

 

Ecco. Cartesio  ha con le idee  dentro di sé lo stesso problema posto ad Amleto dal fantasma, quando gli appare sotto il cielo stellato d’Elsinore: entrambi dubitano della realtà di quel che vedono e pensano.  Temono che possano essere  illusioni indotte dal diavolo. Questa l’avevo capita. Magari c’era caso che Bloomfield fosse solo una mia allucinazione.  

 

“…. dunque  è facile capire  come mai  questo periodo segna la straordinaria fortuna di concezioni politiche basate sul confronto con il “non luogo” introdotto da Tommaso Moro sul modello della Repubblica platonica un secolo prima, con intuizione anticipatrice, ma che solo adesso è visitato da molti illustri viaggiatori: basti citare la Città del Sole di Campanella,  del 1623 o la Nuova Atlandide di Bacone, pubblicata postuma nel 1627”. 

 

Parlava come un libro stampato, il professore, ma francamente l’argomento non era gran che interessante. Lo era invece molto la sua assistente, al braccio destro della quale l’uomo si teneva abbarbicato per mantenere il proprio equilibrio: assai precario, in verità, nonostante avesse requisito a quel fine  anche il mio arto superiore sinistro. Deambulava così, blaterando e contorcendosi sulle zampette rattrappite, con  oscillazioni paurose quanto quelle sopportate dal naviglio sfasciato del capitano Mac Whirr per giungere nel bel mezzo del ciclone. 

 

La ragazza era una bionda platinata dai grandi  occhi di un azzurro chiarissimo, un  Glaciale Mare Artico nel periodo più freddo dell’inverno polare. M’immersi in quelle acque assideranti: provai un brivido febbrile lungo la spina dorsale. Per un attimo interminabile, il fiato mi venne meno, come se, trovandomi in una località di montagna ad una temperatura di molti gradi sotto lo zero,  fossi affondato nella coltre nevosa, nudo e fradicio di sudore, subito dopo essere uscito da una sauna finlandese. 

 

La mia situazione psicofisica andò vieppiù deteriorandosi – respiro affannoso, sudorazione accelerata, battito del cuore fuori controllo -  quando, dopo essere miracolosamente sopravvissuto al tuffo,  approdai alle rive sinuose del suo corpo. Ben proporzionata anche se non altissima, aveva un lungo collo da cigno e una carnagione  marmorea  da Valchiria, tanto che ti saresti aspettato di vederla prendere il volo da un momento all’altro a cavallo del suo unicorno. Ma immaginai che fosse abituata ad un  altro tipo di cavalcate. 

 

Il suo abbigliamento lo confermava. Indossava un leggero abito nero, con una voragine come scollatura e che le lasciava scoperte la schiena, le gambe e le braccia eburnee. Per il resto, quel vestitino era tanto aderente da concedere poco spazio all’immaginazione di chi la osservava: le sue forme procaci erano messe generosamente in risalto. Così ben poche delle eventuali curiosità che potevano sorgere intorno alla sua costituzione anatomica rimanevano insoddisfatte... non so se mi spiego. Insomma, era come se fosse nuda, ma non pareva provare il minimo imbarazzo. 

 

Cercai di effettuare qualche approccio con lei; nel chiasso crescente del party e nonostante il disturbo arrecatomi da Bloomfield, che continuava ad esporre le proprie idee, peraltro sempre più confuse, ad alta voce, giunsi a capire che la bambola si chiamava Suzanne. Al contrario del suo accompagnatore, pareva poco espansiva, addirittura in difficoltà nell’esprimere un concetto purchessia. Era straniera: ma suscitava  l’impressione che l’ostacolo da lei incontrato nel comunicare non fosse  di natura linguistica, bensì più radicale, quasi sorgesse qualche impedimento  all’origine stessa dei suoi processi mentali. Come se avesse dei problemi a pensare, prima ancora che a tradurre in parole i suoi pensieri.  

 

Mi sembrò comunque di intendere che non le sarebbe spiaciuto approfondire la reciproca conoscenza, se fossi riuscito a liberarla dal suo accompagnatore. Purtroppo quel nano malefico  non sembrava afferrare la situazione (anche perché aveva alzato il gomito senza alcun ritegno) e non mi dava tregua, proseguendo imperterrito a tempestarmi con la sua vulcanica logorrea: 

 

“La spaccatura fra approccio umanistico e  scientifico dipende in ultima istanza dalla risposta offerta all’interrogazione sulla consistenza ontologica della realtà. La scienza moderna confermerà che  vi è  separazione netta fra Reale ed Immaginario… anche se, a differenza di quanto avveniva nel Medioevo, punta tutto sul primato della “realtà” terrena, fondato sulla capacità di dominare la natura con la tecnologia….”  

 

Giusto, approvai fra me e me. Come diceva il buon O.W.? Per essere veramente medievali non si dovrebbe avere corpo. Per essere veramente moderni non si dovrebbe avere anima. E aggiungeva: per essere veramente greci non si dovrebbe avere vestiti… chissà se Suzanne aveva origini o almeno aspirazioni elleniche. Mi ripromisi di verificarlo alla prima occasione. 

 

“… Le discipline umanistiche tenderanno invece a considerare il mondo come un inestricabile enigma, una “follia”, perdendo   sempre più la speranza di cavare un significato all’esistere dell’uomo, sia che lo  collochino nell’ambito di  un sogno divino, alla Berkeley, o di un incubo della Volontà, come Schopenauer. “ 

 

Dal sogno all’incubo: la stessa evoluzione della mia serata, pensai. L’ontogenesi racchiude la filogenesi. O era il contrario? Nel dubbio, con un guizzo mi divincolai dalla stretta di Bloomfield, sia pure di poco: quel tanto sufficiente  ad allungare una mano sul sedere di Suzanne. Gommapiumoso, morbidissimo,  eccitante, era un noumeno veramente fenomenale, con tutte le categorie spazio-temporali che si potevano desiderare.  Bastava sfiorarlo per mandare in pezzi qualsiasi sistema metafisico o idealistico: l’unico velo di Maia che avrei voluto sollevare in quel momento era la gonna della bionda, peraltro sottilissima. D’irreale nei paraggi c’erano solo le sue mutandine, che con ogni probabilità non aveva indossato. Con tanti saluti a Kant, Fichte, Schelling e compagnia cantante di buffoni e caricature varie. 

 

“La situazione peggiorerà ulteriormente  dopo che Nietzche avrà  decretato il trapasso del Sognatore. Si moltiplicheranno i Musil, i Kafka, i Joyce, tutti interpreti di un’esistenza umana ridotta ad un’indecifrabile visione onirica sorta nel sonno della morte di qualsiasi Dio. Concezione cui d’altro canto ha contribuito anche l’esplorazione del mondo subatomico da parte dei fisici a partire dai primi decenni del Novecento. Si è prodotto così un riavvicinamento fra scienza e arte, che hanno lasciato  sola la  tecnologia nella sua sistematica opera di possesso del mondo.”  

 

Fruttificate, moltiplicatevi, riempite la terra, sottomettetela. Risultato: due guerre mondiali, un buco nell’ozono, milioni di morti per fame ogni anno, terrorismo a gogò e altre piacevolezze del genere, non potei astenermi dal considerare. Disastri ai quali si aggiunse il  gioco di prestigio  con cui Suzanne tolse la mia  mano dal suo fondoschiena, riempiendola con un bicchiere di whisky. Mi affrettai a deglutirlo, in modo da  posare il bicchiere vuoto e tornare ad utilizzare l’arto liberato per riprendere le mie operazioni d’avvicinamento alla ragazza. Ormai mi ero perdutamente innamorato di quella Dea dallo sguardo azzurrino. 

 

Di più:  quando  ero sprofondato nei suoi occhi luciferini,  avevo ricevuto un’illuminazione. Avevo preso coscienza di ciò che non avevo voluto mai ammettere: nonostante le mie opinioni non del tutto lusinghiere sulle femmine come genere, mi resi conto di  credere  nei singoli colpi di fulmine. Nell’innamoramento a prima vista. E, dopo avere accarezzato i glutei di Suzanne, avevo compreso che almeno su un punto è difficile dare torto a Schopenauer:  ogni innamoramento, per quanto spirituale possa apparire, è radicato  nell’istinto sessuale, benché sia eccessivo ridurre la cosa solo ad una sua specifica determinazione, specializzazione ed individuazione. Non bisogna avere discusso con Diotima e Alcibiade per capirlo, è un’esperienza alla portata di chiunque. Diciamo che l’attrazione sessuale è una condizione necessaria, per quanto non sufficiente, ad innescare il processo.  Del resto, se essa non giocasse un ruolo decisivo,  non si spiegherebbe come mai non mi sono mai innamorato del mio pur ottimo amico Peter Parker, che conosco e, nonostante questo, a cui voglio bene dai tempi dell’università, mentre nel caso di Suzanne Cupido, con le sue ali chiuse e la fiaccola puntata verso il basso, aveva colpito senza por tempo in mezzo.  

 

Alla mercé di quello spietato dio, figlio della tenera Notte e fratello di Etere, Thanatos, Momo, Nemesi, delle Moire e delle Esperidi, presi atto del fatto che, con buona pace di chi preferirebbe evitarlo, il colpo di fulmine  non è solo una furba trovata degli scrittori di bestseller,  l’estrema risorsa per abulici sceneggiatori di film melensi o il tormentone obbligatorio nelle soap opera ammannite a massaie lobotomizzate. 

 

Un celebre regista ha detto che i film sono come la vita, tolta la parte noiosa. Lo stesso si potrebbe affermare per i romanzi e per i telefilm. Poiché, mediamente, un buon libro si legge in una decina d’ore, un film non ne dura più di un paio, i telefilm si svolgono in circa  quarantacinque minuti, la conclusione che se ne può trarre sulla qualità della maggioranza del tempo vissuta nel mondo reale non è esaltante. Detto ciò, l’innamoramento non è necessariamente un’illusione, ma può fare parte di quella porzione di vita che ci fa sentire come in un film o in un romanzo.  

 

Certo,  il colpo di fulmine  non si può provocare: semplicemente, accade. Magari è solo chimica, ma quando  per la prima volta guardo una donna negli occhi,  so che c’è la possibilità (remota, remotissima, ma c’è)  di un’istantanea,  biunivoca ed inequivocabile agnizione; che il sentimento sorgente da questo reciproco riconoscimento è una sorta di stordito sbigottimento; che  può tramutarsi in  ansia, paura, angoscia, quando il caso decide di travolgerti con tutto questo… Ma da quell’istante nulla potrà cancellare lo stupore grande quanto la gioia di vederla sorgere ogni nuovo giorno  davanti a me. Se dopo la tempesta viene una tale calma, soffino pure i venti fino a svegliare la morte delle certezze acquisite, dei principi creduti irrinunciabili, dei rapporti consolidati. 

 

Le considerazioni di cui sopra rendono il colpo di fulmine   fuori moda, irrazionale,  quasi impossibile a verificarsi in una società dove ciascuno è ossessionato dalla programmazione minuziosa d’ogni minuto della propria vita e dal controllo d’ogni emozione, pubblica o privata che sia? Obiezione incontestabile. Non è indispensabile  scrivere un intero libro contro l’innamoramento – c’è chi lo ha fatto - per fare accettare l’evidente assunto che il colpo di fulmine è letale per una produttiva attività professionale, per una disciplinata vita sociale, per una serena conduzione dei propri affari intimi.  Punto. 

 

Andando poi a capo, però, innamorarsi istantaneamente,  fuori d’ogni logica, d’ogni supposta razionalità, può succedere. A me era successo con Suzanne: caso, stupore e riconoscimento immediato, gli elementi c’erano tutti. Capii allora che la possibilità del colpo di fulmine, di un innamoramento vero e fuori controllo, non è uccisa dagli altri, dalla morale, dalla società, ma dalla stupida presunzione di potere amministrare il rapporto con la persona da cui siamo attratti pianificando ogni particolare. Fin dal primo appuntamento, c’illudiamo di potere decidere se  instaurare una relazione puramente amichevole,  di "solo sesso" o di "sesso più amore". O, come spesso capita alle donne che soggiacciono al mio fascino perverso, di “solo amore e niente sesso”.  

 

Anche senza eccedere in personalismi, è tutto sbagliato, da cima a fondo. A differenza di quanto accade secondo il mito di Er (per inciso, un maledetto chiacchierone, come tutti quelli che popolano l’aldilà, a quanto sembra: parla Er, che è tornato dal regno dei morti per raccontare; parlano le anime fra loro; parla la divinità, tramite un araldo)  con la scelta del proprio destino (una scelta peraltro esclusivamente iniziale: ciascuno può esprimere prima di nascere la preferenza per la vita in cui calarsi ma, dopo, non ha più la libertà di sottrarsi alle conseguenze della decisione presa), l´innamoramento autentico è un evento sottratto al libero arbitrio:  è il manifestarsi inaspettato di un cambiamento radicale,  la  novità sorprendente che percepiamo per la prima volta, la sinapsi che determina un nuovo orientamento delle nostre mappe mentali, il salto concettuale che ci fa acquisire nuovi paradigmi per leggere la realtà, la lente che ci fa scoprire nuovi territori, nuovi orizzonti, nuove visioni, nuove possibilità esistenziali. 

 

Niente di nuovo sotto il sole, un cuore nuovo  in una vecchia capanna,  un po’ Zen e una motocicletta, una lettera di Platone tradotta in versi da Salinas, okay, d’accordo: ma resta che l’innamoramento è un dono reciproco, assolutamente gratuito, nato senza una ragione, senza uno scopo, senza un progetto.   Nell’innamoramento, un po’ come in tutti i rituali primitivi, menadici, irrazionali, è essenziale che mai sia esplicito il movente. Non c’è nulla di prestabilito, normato, standardizzato. Non è neppure necessario ricorrere alla logica di che pensa sia meglio essere colpevoli che ritenuti tali quando non esserlo riceve accusa di esserlo. Non ci può essere colpevolezza e quindi  condanna perché il fatto, qualsiasi fatto, non sussiste. Per innamorarsi, basta abolire i propri pregiudizi, aprirsi all’altro,  ascoltare e restare un po’ in silenzio.

 

Il silenzio è fondamentale, tanto quanto il dialogo continuo. Un paradosso? Per informazioni, chiedere a Platone. La sostanza dell’innamoramento non è comunicabile in parole.  Si nasconde in una voce di sottile silenzio, quel silenzio bianco che racchiude tutti i suoni, tutte le voci, tutte le parole. Solo dopo una lunga consuetudine, istantaneamente, come una luce che scaturisce da una fiamma palpitante, sorge nell'anima la comprensione del sentimento unico, indissolubile, inesprimibile, sempre uguale eppure sempre diverso, che lega i due innamorati: da quel momento, è lei stessa a nutrire sé stessa. 

 

In ebraico dabar, parola, significa contemporaneamente anche “atto, evento”. Per Goethe, Logos è Parola, Significato, Potenza e Atto. Dire, fare e baciare si intrecciano, alla lettera. Quando si è innamorati, dunque, occorre imparare a testimoniare il proprio stato facendo penitenza con quelle parole inzuppate di silenzio che un celebre mistico avrebbe voluto saper dire. Quando sorge dal nostro essere  la domanda “La amo?” o chiediamo a lei per la prima volta “Mi ami?”, è come se schiacciassimo il pulsante di un computer e richiamassimo  tutte le immagini contenute in memoria sotto la voce “amore”. E’ allora che avremmo bisogno di resettare tutto.  Invece di utilizzare immagini usurate o crearne di nuove, dovremmo eliminare le immagini che abbiamo già in mente e che si associano, nel loro essere troppo affollate, con una espressione così ovvia come “Mi ami?”, esercitando il silenzio. Silenzio. Proprio quello che Bloomfield sembrava incapace di fare. 

 

“D’altro canto, se ha ragione Whitehaed quando sostiene che la storia del pensiero non è che una serie di glosse ai libri di Platone, dobbiamo ammettere l’universalità  della speculazione sulla commistione fra realtà e irrealtà, che appare giunta nell’epoca attuale al suo massimo livello di complessità.”  

 

Basta. Non ne potevo più.  Io mi ero innamorato e si sa che la passione ha un’influenza negativa persino sugli affari più importanti e le occupazioni più serie. Anche le menti superiori, quando si trovano sotto i suoi malefici, tendono a corrompere le proprie attività con la paccottiglia dettata dalla prammatica della concezione romantica dell’innamoramento:  grandi statisti interrompono trattative che potrebbero evitare gravi crisi internazionali per cercare sul telefonino volgarissime bagasce di provincia, illustri scienziati compromettono ricerche essenziali all’avanzamento dell’umanità per dedicarsi alla redazione di farneticanti bigliettini amorosi, i manoscritti dei filosofi più sublimi sono deturpati da ciocche di capelli femminili conservati al loro interno, a causa del discreto strato di forfora che spesso le accompagna. Così si esprime Schopenauer, più o meno.  Dunque io pure, nel mio piccolo, non ero proprio nelle condizioni adatte per abbeverarmi alle discutibili fonti della sapienza bloomfieldiana.  Disperato,  stavo per abbandonarmi a qualche atto inconsulto, quando accadde l’insperabile. 

 

“Se l’utopia di Moro nel corso dell’epoca moderna si era trasformata nella distopia orwelliana, oggi si presenta sotto la nuova veste del platonismo digitale: la discussione sul mondo e sulla sua rappresentazione dove si suppone che l´umanità consideri vera quella che è solo l´ombra della realtà. Ma se  l´Iperuranio è lo schermo del Pc…”. 

 

Nel bel mezzo dell’ennesima frase ipotetica, il professore s’interruppe, strabuzzò gli occhi e cadde a corpo morto su una  sedia. Partito. Non riuscivo a credere ai miei  occhi, ma mi resi conto che dovevo immediatamente approfittare di quel colpo inaspettato di fortuna.  

 

"Che ne dici di lasciare qui il vecchio a smaltire la sbornia e di proseguire la serata in qualche locale...o da me, se preferisci?", chiesi a Suzanne con voce suadente.  

 

"Mi spiace”, rispose la ragazza, con quel suo curioso modo di articolare le parole, per cui ogni vocabolo, prima di venire alla luce, era come se dovesse essere estratto da  un pozzo senza fondo, “devo portare Gnomus all’ovile."  

 

"Gnomus?...", ripetei senza capire.  

 

"Ma sì, Gnomus, Bloomfield, insomma”, rispose lei, un po’ seccata per la mia stupidità. Poi si morse le labbra e tacque. Sfilò un accendino da una delle tasche del professore privo di sensi per accendere  una sigaretta. Aveva abbassato le ciglia, quasi a sfiorare le guance, e le rialzò piano, pianissimo, guardandomi dal basso in alto. Conoscevo il significato di quel gesto: avrebbe dovuto farmi perdere completamente la testa. La manovra non le riuscì, ma solo perché avevo già perduto completamente la testa. Inebetito,  non trovai nulla di più intelligente da fare che chiudere la bocca, da troppo tempo inutilmente spalancata. 

 

Allora Suzanne sorrise e, indicando la sagoma accasciata sulla sedia, sussurrò:  

 

"Gnomus è il nome con  cui è noto all’Università. Gli si addice, non ti pare?"

Guardai il corpo dell’ometto svenuto. Gnomus...il nomignolo era azzeccatissimo, niente da eccepire. 

 

"Mmmm - borbottai in tono d’approvazione. 

 

E poi aggiunsi: 

 

"Niente finale di partita in qualche posto frizzante, allora?" 

 

"Mi-spiace-baby-devo-riportare-Gnomus-all’ovile”, disse lei ripetendo il concetto già in precedenza espresso e scandendo le singole parole con voce metallica, come una maestra rivolta ad uno scolaro non troppo sveglio. 

 

Poi si accorse che ero rimasto un po’ male e aggiunse, retoricamente ma con maggiore dolcezza:  

 

“Sarà per un’altra volta. Ci sentiamo domani per un aperitivo, okay?".  

 

Okay un accidente, pensai. Risposi: 

 

"Okay".  

 

Tanto sapevo che era inutile insistere. Come mi disse  Sam Archer una volta, ci sono due specie di persone: quelle dotate di ragione, con cui puoi confrontare punti di vista eventualmente divergenti intavolando un pacato scambio d’idee;  quelle che ne sono totalmente o parzialmente prive e con cui può essere perfino pericoloso discutere. In quest’ultima categoria a suo avviso rientrerebbero, fra gli altri, gli anziani, i bambini, i malati di mente e le donne.  

 

Pertanto, dopo questo breve dialogo aiutai Suzanne a trasportare il professore sulla sua automobile. Ad essere del tutto onesti, non feci altro che recuperare il suo cappotto e quello di Bloomfield dal guardaroba, mentre la bionda si caricava il corpo dell’uomo sulle spalle. Doveva pesare non poco, eppure la ragazza fu in grado di portarlo fino alla macchina senza sforzi apparenti. Evidentemente era più forte di quanto sembrava.  

 

Tuttavia, quando la abbracciai per darle quello che nelle mie intenzioni doveva essere solo un fuggevole bacio d’addio, ancora mi sorprese la violenza con cui mi afferrò la testa per portare la mia bocca sulla sua: tanto che, mentre  ficcava la sua lunghissima lingua nel mio incredulo cavo orale, mi strappò addirittura un ciuffo di capelli. Poi  mollò la presa, entrò in macchina e con una sgommata filò via.  

 

Osservai la Ferrari bianca allontanarsi tristemente, fino a sparire sotto l’incombente minaccia di pioggia  e le folate di vento. Sospirai ed il vapore del mio fiato formò una  nebbiolina  che si sciolse subito in una lieve tempesta di lacrime, quasi a sottolineare come la sofferenza sia parte integrale del godimento amoroso. Bene bene. Che vadano al diavolo tutti quanti, conclusi.

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giovedì, 31 marzo 2005

Introduzione: Il risveglio

 

Le stelle avrebbero brillato magnificamente nella  notte che mi circondava: ma, a quanto pareva, erano tutte impegnate altrove. Ero perciò immerso in una cieca vacuità, ricolma solo d’imperturbabilità, segretezza, dimenticanza, oblio. Una quiete brunita che venne attaccata, incrinata e poi squarciata da un rumore distante, ma in progressivo, strisciante, avvicinamento: un battito sordo e pesante, il ritmo binario scandito dal caduceo di un vecchio serpente bipede. Nel mondo, fuori dal mondo, nel mondo, fuori dal mondo. Un cuore che pulsa, l´alternarsi della notte e del giorno, il buio accecante di un’eclissi di sole e la luce invisibile on the dark side of the moon divennero i colpi di una pagaia che solcava l´acqua primigenia, dispensando vita con questa lentissima scansione: uno-due, uno-due, uno-due. Spazio e tempo. Tempo ritrovato nel presente, tempo cristallizzato dal passato. Flashback, premonizioni. Dèjà-vu/back to the future. Fabula e intreccio. Eros e Thanatos. Reale e immaginario. Copie delle copie ad una esposizione musicale. Variazioni e sintetizzatori. Sinapsi versus A. I.. David Bowman contro G-Hal-ia 9000. Game over, Start  a new game. 

 

Il doppio fendente  lasciò dietro di sé solo un gorgoglio sospeso nel nulla, come il ghigno di un mostruoso gatto del Chesire: record-stop-play-fast-forward-rewind-cancel, pause… Il gorgoglio, avvicinandosi, salì di tono, divenne l’urlo di un Toro sgozzato e creò l’essere, scaturigine del liquido fluire del logos: un torrente, un meandro, un fiume in piena, una fragorosa cascata di parole riversata  nel mare nero e ignoto  avvolto intorno al mondo, un oceano compatto che adesso era denso di vibrazioni di svariatissimi generi, una sinfonia ultraterrena eseguita percuotendo con la bocca le undici stringhe di un immenso violino elettronico multidimensionale, in uno stile a metà strada fra il migliore  Jimi Hendrix e un Paganini handicappato.  

 

La natura del misterioso esecutore cosmico venne  rivelandosi. Era lui, quel chiacchierone ancora una volta al lavoro. Non perde occasione per attaccare a sputare sentenze. E io non sopporto chi parla troppo. Specialmente quando soffro di un’emicrania così forte da credere che l’operaio addetto alle riparazioni del gasdotto cittadino stia lavorando con il martello pneumatico sulle mie tempie, invece che sul selciato della strada. La sua voce mi rimbombava in testa con l’assordante ronzio d’uno sciame trepidante e confuso di vespe, avvolte dal fumo ed esalanti  un tetro odore di morte, mentre impazzite travolgono le loro incerate fabbriche nel disperato tentativo di trovare scampo dall'amaro incendio del proprio alveare, stridendo e mormorando incomprensibili bestemmie imenotteresche, tanto caratteristiche e diverse da quelle dei Dìtteri, o dei  Dermàtteri, o dei  Dipluri; così come dalle labili incontinenze verbali degli  Efemeròtteri, dalle campestri rimostranze degli Emìtteri,  dalle esternazioni torride degli Embiòtteri, nonchè dalle ben dissimulate intemperanze  dei Fasmoidèi;  lontanissime, poi, dalla psicologia lieve dei  Lepidòtteri,  ma anche da quella fossile di certi Meròstomi,  dall’aggressività degli Odonati, dalla concitazione saltellante degli Ortòtteri,  dalla ignavia cieca dei Pròturi e persino dalla urticante passività degli Sifonàtteri 

 

"Quando sei uscito per inseguire il piccoletto con la pistola, il fratello di Joe Moebius è entrato in ufficio e ha aspettato che tu tornassi. Sono sicuro che sia andata così. Poi...". 

 

"Silenzio, maledizione!", urlai al mio subcosciente, che ebbe la compiacenza di troncare l’esposizione dettagliata delle sue elucubrazioni da detective della domenica. 

 

L’interruzione mi portò un sollievo solo relativo: l’addetto alle riparazioni proseguiva imperterrito le sue attività al di sotto della mia corteccia cerebrale. Dovette avvicinare troppo la fiamma ossidrica ai tubi del gas, poiché una serie di scoppi fragorosi mi percosse le meningi e lampi neri, cremisi, violetti apparvero dinnanzi a me - nonostante avessi gli occhi ben chiusi - danzando un ballo frenetico, selvaggio.   

 

Potevo quasi distinguere i passi della danza intessuta da quelle filamentose figure luminescenti: tre in avanti e due all’indietro, sempre più veloci, in un triplice cerchio di fiamma che si stringeva e si allargava, come un muscolo cardiaco sottoposto ad uno sforzo prolungato, sfibrante. Mi chiesi se non si trattasse di un sistema di comunicazione intrapsichico,  simile a quello grazie al quale le api rendono efficiente la raccolta del cibo: una serie di movimenti eseguiti dalle operaie, una volta rientrate nell'arnia, per informare le proprie compagne del reperimento di una sorgente di cibo e della sua ubicazione. Ma da quel brillante girotondo non ricavai nessun messaggio, nessuna informazione utile, nessun rimando a dati naturali o preternaturali: quasi a testimonianza dell’inanità del mio intelletto.   

 

La schiera di luci si racchiuse al centro formando un’incandescente palla oblunga a palla oblunga ed, un primordiale uovo cosmico che roteava su se stesso nell’attesa di un nuovo Big Bang. Quando l’esplosione avvenne, mi squassò la mente. Balenii abbacinanti serpeggiarono fra neurone e neurone rapidissimi, manifestandosi dapprima ad uno ad uno, in rapida successione; infine si mescolarono tutti insieme, così da mostrarsi in un ultimo fuoco d’artificio con l’aspetto di un arcobaleno disteso nel cielo, prima di dissolversi in un’aura grigiastra, indistinta. Lo spettacolo pirotecnico ebbe termine.

.      .       .

M’impegnai a fondo per alzare le palpebre, tramutate da una spiritosa fattucchiera di passaggio in pesanti saracinesche di ghisa. Intravidi i freddi bagliori del crepuscolo. Filtravano attraverso un’ampia finestra semiaperta, trapassando, con le loro lame affilate, lo strato  di sporcizia  sollevato sulla città da un’ aria ventosa e scura, nella quale a poco a poco si sarebbero annientate tutte le cose. Invano avevano molato i loro coltelli per contrastare l’avanzare indaco delle ombre serali. Quell’impalpabile genia d’instabili creature volanti stringeva nella propria morsa le strade intasate e i palazzi cadenti, diffondendosi implacabile ovunque, simile ai pensieri di morte nei sogni angosciosi che di notte rendevano il mio melanconico letto meno accogliente dei più orrendi gironi infernali. Gli sparuti residui dei raggi solari, avvinghiati senza speranza all’estrema ora del pomeriggio, assumevano la tinta rosso-giallastra del siero sgorgante da una ferita infetta;  mentre venivano soprafatti  dalle avanguardie dell’oscurità notturna, sprigionavano un lucore irreale, che metteva in dubbio la solidità  di quanto, nel pacifico fulgore diurno, appare resistente e robusto. 

Nell’alto dei cieli, le ali d’uccelli  color pece  disposti in triangoli perfetti si fondevano con la caliginosa deformità della tenebra proveniente dal lontano Oriente;  altre piumate figure trilaterali e bianchissime, oche selvatiche, mi parve, o  albatri, fuggivano ad Ovest, insieme ai miseri avanzi del vespro. Per l’incerta luce  filante  la sua trama reticolare d’etereo rèfe, le seriche penne nere, eleganti orli della notte, e gli stormi di sfilacciata ovatta, lembi stracciati del giorno, vestivano di un ingannevole  velo indiano uno  spazio  meramente bidimensionale, privo d’inabissamenti o apogei. 

 

Anche nella porzione del basso mondo sublunare intorno a me le pareti della stanza e gli oggetti risultavano immersi in un’atmosfera cangiante tale da connotarli con le stimmate dell’ambiguità ontologica. Nel diffuso chiarore, la realtà materiale assumeva la stessa consistenza  di un’immagine riflessa sulla mutevole superficie liquida di un corso d’acqua, appena increspata dal lancio, effettuato da una mano invisibile, di un cristallo incantato. 

 

Da minuscole onde luminose e circolari si levò una musica triste, accompagnata dal canto di una voce limpidissima: 

Just take a pebble and cast it to the sea,

Then watch the ripples that unfold into me,

My face spill so gently into your eyes,

Disturbing the waters of our lives…

Al limite dell’ineffabile , la vision e h e  mi si dischiudeva        con annessa colonna sonora non era riconducibile facilmente ad un ben definito repertorio di quotidiane rappresentazioni mondane. Anche al fine di lenire il mal di testa che continuava ad imperversare, abbassai il volume del mio stereo mentale, cercando di focalizzare meglio la situazione e capire se c’era un metodo in quella follia.  

Raccogliendo tutte le energie psichiche disponibili (non molte, in verità) e sfruttando al massimo grado le potenzialità dei bulbi oculari, arrivai a distinguere i tratti opalescenti  di un volto che potevo quasi  sfiorare con una mano:   mi scrutava dallo schermo del computer acceso,   con l’aria di stare architettando un piano ancora non ben definito, ma certamente inteso a farmi del male.

Aveva l’espressione indecifrabile che assumono le donne quando   ti guardano di sottecchi e sembrano valutare la strategia migliore per agganciarti, colpirti ed affondarti. Se le colgo in quel particolare atteggiamento, l’istinto, rafforzato da anni d’esperienza, reagisce indicandomi subito l’unico comportamento possibile per salvare la pelle: la fuga, rapida ed immediata. So bene che non ci sono ami adatti a catturare questo Leviatano. Il suo cuore è come pietra, la spada che lo raggiunge non vi si infligge, e non c’è lancia, né freccia, né giavellotto che ha un tale potere. Il ferro è come paglia, il bronzo come un pezzo di legno marcio. Stoppia stima la freccia e si fa beffe del vibrare dell’asta. 

Ma ormai il punto di non ritorno è già stato varcato. Come il cacciatore di balene, anche se a bordo di una scialuppa  stritolata al pari di un osso di seppia dalle zanne del mostruoso Oceano ululante di rabbia schiumosa, non rinuncia a scagliare l’inutile arpione contro la Bestia,  mentre questa si avventa sulla fragile imbarcazione, giungendo persino a balzarle in groppa a mani nude, forse nell’impossibile tentativo di soffocarla stringendone l’immensa gola,   per inabissarsi infine stretto a quel meraviglioso orrore in un abbraccio mortale: così io, in quelle occasioni, non mi sottraggo alla lotta, benché sappia di essere destinato a perdere l’ennesima battaglia dell’interminabile guerra che si svolge da sempre fra noi uomini e loro. 

.     .    

L’universo assunse un aspetto meno instabile. Dal primitivo stato d’evanescenza assoluta,  poco alla volta cominciò a rapprendersi intorno a quel viso pallido baluginante sulla lucida superficie del monitor, allargandosi quindi, con le vestigia di una rinnovata concretezza, nello spazio circostante. Più riprendevo coscienza, però, più sentivo un dolore sordo ingigantirsi dentro me. Non era un dolore di carattere fisico, bensì psichico; un dolore che intaccava il mio equilibrio interiore, portandomi ad uno stato d’ansia quasi parossistica. Mi sentivo come un fiume di lava incandescente,  un  Flegetonte sputato dagli intestini  di un vulcano in eruzione, nell’istante in cui il  processo di raffreddamento  inizia a frenare la sua corsa  devastante per poi arrestarla del tutto,  trasformandolo in pietra dura e morta per l’eternità.  

Pensieri incerti, indeterminati, si accavallavano nella mia mente. C’era un gran disordine là dentro. Lo sforzo di raccogliere le idee provocava in me lo stesso smarrimento che potrebbe suscitare uno spettacolo d’ombre cinesi proiettate da un regista pazzo su un lenzuolo sporco in un locale molto fumoso. Possedevo in ogni modo la vaga cognizione  che il funzionamento benché approssimativo del cervello è  preferibile al blocco totale dell’attività intellettiva. Cogito ergo sum, cogitai. Era già qualcosa. 

.     .     .

Recuperai il mio sangue freddo. Potevo adesso scorgere un paio di braccia e   di gambe scompostamente abbandonato accanto a me. L’insieme, in realtà, non era completo poiché, ad una prima analisi, la sezione intercorrente fra un ginocchio e un piede  (incluso) risultava mancante. Con una sorta di compassato stupore, compresi che quell’incompiuto puzzle d’organi malandati mi apparteneva. Il maturare della successiva consapevolezza che quegli arti erano collegati ad un più vasto insieme organico, culminante nel volto enigmatico riverberato dai quarzi liquidi del computer, contribuì in modo decisivo a predispormi all’azione: non appena ebbi colto questi importanti aspetti della contingenza in cui ero incappato, cercai di muovermi. Fu un fallimento totale. I ripetuti tentativi di sollevarmi dalla sedia di pelle sdrucita, su cui ero riverso, andarono miseramente a vuoto. Qualcuno mi aveva legato ad essa con delle catene invisibili, ma resistentissime.

Se mi fossi ridestato su una riva sconosciuta,  dopo esservi approdato in seguito ad un naufragio, avrei pensato all’opera di una laboriosa popolazione lillipuziana indigena. Il luogo in cui mi trovavo era però del tutto asciutto e non aveva per nulla l’aspetto di una spiaggia in mezzo al Pacifico o uno qualsiasi dei sette mari. Del resto non avevo mai intrapreso la pur affascinante, antichissima ed onorevole professione del marinaio; ne ero sicuro, come ero sicuro d’essere vivo. In queste condizioni mi sentivo di escludere l’azione di lillipuziani o di altri esseri  in miniatura.  

Restava l’inoppugnabile sensazione di  generale   intorpidimento    che    nasceva dall’incapacità di muovere un singolo muscolo, anche di dimensioni non eccezionali o particolarmente rilevanti, del mio corpo. Dicono che Dio formò l’uomo con il fango della terra e gli alitò in faccia il soffio della vita per farlo divenire persona vivente; ecco, le mie possibilità di riprendere forza ed alzarmi sembravano inferiori a quelle di un mucchio d’escrementi sul quale un apprendista stregone di serie z stesse soffiando dopo avere mangiato molto pesante, roba a base d’aglio o cipolla, per intenderci. In sintesi, mi sentivo in forma quanto una vecchietta schiacciata su un passaggio pedonale da un autocarro adibito al trasporto di qualche tonnellata di marmo.

                                                              .     .     .

Tentai di ragionare. L’intelletto si può oscurare per passione, malatie o      sonno. Che mi fossi  addormentato profondamente e non mi fossi ancora del tutto risvegliato? Impossibile. Erano secoli che non riuscivo a trascorrere una notte tranquilla, senza cadere in preda a terrificanti fantasie che mi facevano balzare in piedi poco dopo avere chiuso gli occhi. Se è vero che i dormienti sono artefici di quanto accade nel mondo,  il mio premio di produzione sarebbe stato piuttosto scarso. Avrei riconosciuto un sano riposo ristoratore. Un allucinazione ipnagogica, allora, dovuta ad un calo di ipocretina? No, conclusi, qualcuno mi aveva aggredito: un essere gentile che aveva pensato di curare la mia propensione ad agitarmi nel sonno con un colpo di manganello alla nuca ben assestato. 

E se avessi solo accusato un malore? Non ero più giovanissimo. Un leggero infarto. O, ecco, una botta di Alzheimer. Cercai di riepilogarne i sintomi: perdita di memoria che compromette la capacità lavorativa; difficoltà nelle attività quotidiane; problemi di linguaggio; disorientamento nel tempo e nello spazio; diminuzione della capacità di giudizio; difficoltà nel pensiero astratto; incapacità di riporre gli oggetti al loro posto; cambiamenti di personalità; mancanza di iniziativa. Li avevo tutti.

 

Scorsi un portafoglio sporgente dalla tasca interna di una giacca, appesa ad un attaccapanni scalcinato accanto ad un impermeabile stazzonato dal colore indecifrabile, fra il grigio cemento e l’ocra chiaro. Gli indumenti avevano un’aria familiare. Giudicai pertanto che fossero di mia proprietà, benchè lo stato confusionale e la tremenda emicrania che mi opprimevano non mi consentissero di esserne certo. La presenza di quel portafoglio nella stanza sembrava comunque escludere l’idea di un’aggressione e rafforzare quella di uno svenimento, magari causato da un incauto innalzamento della percentuale d’alcool circolante nelle mie vene. Forse mi chiamavo Lot e le mie figlie mi avevano ubriacato la sera precedente. Cose che capitano anche nelle migliori famiglie. Eppure...ero convinto che non fosse andata così. Allora quando, come e per mano di chi ero stato spedito fra le braccia di Morfeo in modo così inurbano? Inoltre, a che Latitudine e Longitudine mi trovavo? Dove ero, insomma? Cosa ci facevo lì?  

 

"Ehi Kurtz, Kurtz!!! Dove diavolo... E quegli abiti...sono miei? Maledizione, Kurtz...Batti un colpo, vecchia talpa!".  

 

Niente, tutto inutile. Il mio subcosciente adesso taceva e non sembrava esserci nessun altro nelle vicinanze con cui  interloquire. Se volevo scoprire come e perché nel mondo il caos si era sostituito all’armonia dovevo cavarmela da solo, mettendo alla prova il mio multiforme ingegno.

 

.     .     .

Il primo punto da chiarire concerneva il luogo.         Le raffiche di vento che avevo osservato all’esterno costituivano un indizio abbastanza attendibile. Con ogni probabilità mi trovavo a New Nantucket, la città più importante di un’isola che doveva essere stata un tempo la residenza d’Eolo o di qualche spirito dell’aria. Adesso le antiche divinità erano morte, o quantomeno avevano traslocato, ma avevano lasciato un vento continuo e battente a perenne memoria del loro passaggio su questa striscia di terra, collegata al continente da un ponte, lungo cui scorrono la linea ferroviaria e l’autostrada.  

 

L’isola, situata proprio in mezzo alle acque che circondano la Terra, poiché è rigorosamente equidistante dalle sabbiose coste etiopiche e dagli iceberg degli Iperborei, si distende per circa 200 miglia in maniera omogenea, stringendosi solo, ad est e ad ovest, ai lati estremi, i quali, piegandosi, danno all’insieme l’aspetto di una luna nuova. La località, in seguito all’azione millenaria degli agenti atmosferici,   è quasi del tutto  piatta, salvo per il gruppo di poderose colline, sormontate da un’imponente  montagna calva che si erge a fianco della città, proteggendola così in parte dalla furia degli elementi, soprattutto quando si scatenano i frequenti tifoni. 

 

Ero dunque a New Nantucket,  presumibilmente. Mi guardai intorno, per quanto era possibile, cercando di capire più di preciso dove erano finiti il mio corpo paralizzato e la mia anima in subbuglio. Passai in rassegna gli oggetti che mi circondavano: quella scarna collezione di tesori terreni corrosi dai tarli e dalla ruggine, che nessun ladro si sarebbe mai preso la briga di rubare, essudava un’esistenza amalgamata ad una mia vita precedente, come la secrezione letale di una vedova nera accoppiata in modo indissolubile al corpo di una preda.  

 

Cominciai allora a raccapezzarmi. La tappezzeria a fiorami rossi e neri strappata in più punti, la crosta  di sudiciume accumulato sulle luride veneziane, il condominio abitato da prolifiche famiglie di scarafaggi che spacciavo per schedario: tutto indicava senza possibilità di dubbio che ero nel mio  ufficio.

 

Ne conoscevo ogni dettaglio; eppure provavo un bizzarro sentimento d’estraneità verso quel posto a me ben noto. Era come se fossi stato lontano per molti anni e nel ricordo lo avessi trasfigurato. O come se un maldestro Incantatore, dopo avermi ipnotizzato e fatto discendere ai livelli infimi  della psiche, adesso avesse dei problemi a restituirmi al mio originario stato di coscienza, condannandomi  a percorrere le strade dell’anima alla ricerca di confini troppo profondi perché potessi trovarli. Perfino la penna, il blocco degli appunti, la pipa, gli altri oggetti sparpagliati sulla scrivania accanto a me  pareva avessero assunto, nel corso della mia assenza, un significato segreto e sfuggente. Forse  mi avevano drogato, ipotizzai. Con una spugna imbevuta di cloroformio,  o dell’oppio, o dei fiori di loto … Magari a fin di bene: sapevo dell’esistenza di una 'pillola del giorno dopo' che cancella quello che non sarebbe dovuto accadere: un lutto inelaborabile, una violenza, un trauma. Una dose di dimenticanza da assumere per cancellare un evento e anestetizzarne gli effetti emotivi. Un contraccettivo dell'anima che rende infeconda l'esperienza del dolore….  

 

Nonostante il malessere derivante da queste insolite percezioni, avevo se non altro, fino a prova contraria, appurato la mia posizione spaziale nell’universo. Tentai di definire anche la dimensione temporale in cui ero emerso, aguzzando la vista verso il vetro dell’orologio da tavolo, che il barbaglio del sole morente infiammava di mille riflessi sanguigni. Le lancette segnavano le cinque. Le cinque della sera, pensai. Non avrei saputo dire se fossero trascorsi pochi minuti o intere settimane da quando era successo il fatto. Soprattutto, non ricordavo assolutamente cosa era successo. 

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solo testo 1 introduzione

E che dire del loto, quel fiore rarissimo descritto anche da Mr Dedalus nel suo Mestiere delle arti, “che sboccia sul gambo della banalità, circondato da petali di ipocrisie. Tuttavia, nonostante l’aspetto repellente, nessuno è in grado di rifiutare quel boccone. Finiscono tutti per mandarlo giù, svenendo quasi per il pessimo gusto, di gran lunga peggiore di quel che si possa immaginare. L’effetto prodotto dall’ingestione è devastante. La memoria non è più in grado di trattenere quel che appartiene alla vita trascorsa: viene tutto cancellato, spazzato via. E con il passato vengono distrutti anche dignità e onore. Nessun dubbio sul fatto che si tratti dell’esperienza più nefasta cui un uomo possa andare incontro. Sebbene sia possibile essere sottratti all’avvilente convivio - magari trascinati a forza o legati - non è comunque possibile riacquistare quel che la digestione del fiore avrà definitivamente eliminato.”  Una cenetta a base di loto avrebbe spiegato il pietoso dissesto dei miei organi di senso e l’oblio che stentavo a scrollarmi di dosso.

 

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romanzo a colori 7 capitolo 5

mercoledì, 23 marzo 2005

Tornai a considerare l’eventualità di essere stato drogato. Ripensai a quel momento del party, in cui gli ospiti golosi di Spider si erano gettati  sui cibi pronti e serviti. Sapevo che ad altro stava pensando allora Peter. Buttò improvviso nel vino, di cui bevevano, un farmaco che l´ira e il dolore calmava, oblio di tutte le pene. Chi lo avesse inghiottito, una volta mescolato con il vino,  non avrebbe versato pianto giù dalle palpebre quel giorno neppure se gli fosse morto uno dei genitori.  Semi di papavero impastati con miele ed altri cereali erano serviti a profusione ed in tutta la grande villa ai margini del cimitero mazzolini di fiori in mano (o accanto) ai Numi tutelari della casata dei Parker erano ritratti in statuine, affreschi, sigilli, sarcofagi, mentre altri erano disponibili per un uso personale, voluttuario. Del resto era un vecchio trucco. La Elena di Omero, grazie alle sue polverine magiche era in grado di far decollare una serata  un po´ troppo moscia. E Plotino e Marco Aurelio, allora? Entrambi, da sempre, sospetti di dipendenza da oppio, secondo l’antica ricetta di Plinio: “Raccomandano di fare l´incisione sotto la testa e il calice del fiore, ed è il solo tipo di pianta cui viene praticato un taglio sulla testa stessa. Il succo di questa pianta si raccoglie su lana oppure, se la quantità è assai modesta, con l´unghia del pollice; e il giorno dopo se ne raccoglie di più perché si è asciugato. Il succo di papavero, poi, abbondante, fatto addensare e tritato e impastato fino a fargli assumere la forma di pastiglie, vien fatto asciugare all´ombra. Per controllare la qualità dell´oppio se ne prova innanzitutto l´odore - quello puro non si riesce a sopportarlo - poi lo si mette in una lucerna, per accertarsi che dia una fiamma viva e che, una volta spento, mandi odore; tutto questo non si verifica nell´oppio adulterato, che inoltre prende fuoco con maggiore difficoltà e tende a spegnersi con frequenza. Un´altra prova di genuinità si compie mettendo l´oppio in acqua, dove quello puro galleggia come una nuvola, mentre quello adulterato si addensa in grumi. Ma la dimostrazione più sorprendente è quella che avviene sotto il sole estivo: l´oppio autentico, infatti, trasuda e si scioglie, fino a riassomigliare al succo fresco”.

 

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romanzo a colori 7 capitolo 5

giovedì, 17 marzo 2005

In casi simili non c’è altro da fare che rimanere in guardia e tenersi pronti ad ogni eventualità. Del resto mi sentivo ancora a pezzi: da qualche minuto riuscivo a muovere gli arti superiori e a sollevare il busto, ma il più piccolo movimento mi provocava ancora dei dolori fortissimi. Se la rossa mi avesse minacciato o aggredito non sarei stato in grado di oppormi.

 

Consapevole di tutto ciò, aprii un cassetto della scrivania, estrassi con grande sforzo una bottiglia di whisky e un bicchiere: quindi, con calma, mi versai una dose generosa di liquido. Dopo averlo sorseggiato, feci un versaccio; nel whisky avvertivo un sapore insolito, pur riconoscendo, per altri versi, che era il buon vecchio Four Roses, fedele compagno di tante avventure. Per qualche strano motivo, mi vennero alle labbra - e conseguentemente sussurrai - le parole di Dhalgrhen (Ars oblivionalis): “Anamnesia?Insonnia: stato di sonno inadeguato o insufficiente. Diagnosi: ipnogramma. Terapia: benzodiazepine, farmaci induttori del sonno. Amnesia: retrograda o anterograda, amnesia elettiva. Dal punto di vista evolutivo servirebbe a poco un sistema che ci permettesse di crogiolarci nei ricordi del nostro primo amore. Anamnesi: alla lettera, reminiscenza. Oggi indica la cronaca di un male. Rapporti tra amnesia e insonnia: l'uso di benzodiazepine contro l'insonnia può provocare amnesia. Nel gran rosario del cranio leso stanno sempre assieme. E’ mia opinione, per nulla suffragata dai fatti, che le cure per l'amnesia generino insonnia. Sono due facce della stessa cosa.” E quelle di un chiosatore, Dottord, che recitavano: “Ho sentito dire, ma mi sa che è una leggenda, che il benzodiazepine in dosi eccessive ha l'effetto collaterale di scatenare le fantasie sessuali.” E quelle definitive di Diamonds: “Il benzodiazepine in dosi eccessive ha l'effetto collaterale di scatenare la morte.”  

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lunedì, 14 marzo 2005

Venni in seguito a conoscenza del fatto che, a causa della malattia, vi sono molte più persone di quanto si possa credere  obbligate ad agire i propri incubi. Quel particolare meccanismo che permette, quando si sogna, ai polmoni di respirare, al cuore di battere, al sangue di circolare, tenendo però bloccati i muscoli, in loro sembra disattivato. Come revolver con il colpo in canna e l’interruttore della sicura incastrato  possono  inavvertitamente fare fuoco e uccidere, talvolta i  sogni innescano, nei soggetti predisposti,  movimenti incoscienti anche estremamente articolati e complessi: quali alzarsi, vestirsi, strangolare la propria vittima e liberarsi del cadavere. 

 

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romanzo a colori 7 capitolo 5

giovedì, 03 marzo 2005

 Un’ispirazione subitanea si fece strada nella mia mente: potevo essere  davanti ad un caso di sindrome d’Elpenore. Mi era già capitato: quando arrestai quel commercialista  che, durante un attacco di sonnambulismo, aveva ucciso la suocera, ne aveva sistemato il corpo sulla propria automobile, lo aveva gettato in un fiume a dieci miglia da casa e se ne era tornato a letto. Inconsapevole di tutto, il giorno dopo fu lui stesso a denunciare la scomparsa della donna. Riuscii a scoprire come erano andate le cose solo quando, dopo lunghi appostamenti, lo beccai due mesi dopo all’alba: in uno stato di trance, stava facendo fare la stessa gita alla consorte.

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martedì, 01 marzo 2005

 Dando gli ultimi tocchi di pennello all’opera, mi espose una sua teoria sulle donne. Egli era convinto che  siano tutte connotate da cinque caratteristiche fondamentali: 1) il gusto (insipido) 2) la pigrizia 3) l’infantilismo 4) l’ambizione 5) la mancanza, appunto, di umorismo. Molto spesso, in seguito, ho avuto modo di verificare la meravigliosa esattezza di quest’elenco, specie per quanto attiene all’ultimo dei punti indicati. Escludevo quindi la possibilità che un bon mot o un raffinato calembour potessero interrompere il rigido mutismo della rossa. Non ero però in grado di effettuare previsioni positive intorno ai suoi successivi comportamenti. Avrebbe potuto scoppiare in lacrime o dare in escandescenze o essere colta da una crisi di nervi. Forse sarebbe uscita dal letargo tirando fuori dalla borsetta una pistola. Avrebbe potuto puntarmela contro; e decidere di sparare, magari.

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mercoledì, 23 febbraio 2005

Rammentai l’opinione espressa una volta da  Sam  Archer a questo proposito. Era davanti al portone di casa e dipingeva un quadro che  rappresentava uno scenario marino,  immerso in una luce assoluta, impossibile, metafisica, la luce con cui potresti abbronzarti sdraiato su un lettino nell’Iperuranio. All’estrema destra c’era un pino vicino alla riva.  Al centro, l’attenzione dell’osservatore andava su  una roccia all’ingresso di una grotta, accanto ad un semplice cavalletto coperto da un asciugamano. La stranezza era che quest’ultimo, l’oggetto simbolicamente più povero, si candidava come protagonista del dipinto,  rivelando la qualità intrinseca, anche se relativa, del reale; vale a dire non di quello che devono, ma di quello che possono essere le cose.

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venerdì, 18 febbraio 2005

Come questa rossa. Da una così non sai mai cosa devi attenderti, pensai. L’unica certezza è che non esordirà con una battuta spiritosa. Le donne sono  prive di senso dell’umorismo. Cattiverie, osservazioni perfide, sì, tante quante tu non ne potresti immaginare in sette vite, specialmente rivolte ad esponenti dello stesso sesso colpevoli solo di attrarre l’interesse maschile più di altre; ma rispetto a umorismo, ironia, capacità di mettere in discussione se stesse o il prossimo con bonarie allusioni scherzose, siamo a zero.

postato da: G-host | 09:06 | commenti

domenica, 13 febbraio 2005

Da un certo punto di vista il suo atteggiamento non mi dispiaceva. Io non sopporto le persone che parlano troppo. E le femmine in genere parlano maledettamente troppo. Chi  ha scritto di trovare più stimolante dialogare con se stesso piuttosto che monologare con una donna? Chiunque fosse, aveva ragione; salvo che, di solito, in compagnia di una donna sei tu a subire il suo monologo, in genere profondo come un fiume in secca e interessante quanto la tundra siberiana in una giornata di nebbia. Dice: e se le tenessi ferma la lingua con una corda? O le ficcassi un giunco nelle narici? O, a mali estremi, estremi rimedi, le forassi la mascella con un uncino? Ma per favore. So per esperienza che dalla sua bocca partirebbero vampate di fuoco, dalle sue narici uscirebbe fumo e il suo fiato pestifero mi incenerirebbe. E’ già un successo riuscire ad inserire nella conversazione qualche breve osservazione, approfittando del fatto che anche lei, ogni tanto, deve fare una pausa per respirare. Però non è una regola fissa: ogni tanto capita di imbattersi in una di quelle che, dovendo forse recapitare un messaggio importante, se ne stanno davanti a te più mute di un pesce morto da parecchi giorni.


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mercoledì, 09 febbraio 2005

Aspettai che aprisse bocca, curioso di sentire se la sua voce avesse lo stesso timbro che mi era parso di udire in sogno. Lei continuò a fissare il muro in silenzio. Provai ad interrogarla: una statua di sale avrebbe reagito con vivacità maggiore. Sembrava non si rendesse conto del pietoso stato fisico in cui mi trovavo. Sembrava che non si accorgesse di niente, in verità. Se ne stava seduta, dondolandosi, con le mani raggrinzite attorno alla borsetta che teneva  in grembo, lo sguardo fisso sugli osceni disegni della tappezzeria.

 

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domenica, 06 febbraio 2005

Mi  turbò la luminosità della sua pelle, che risaltava in maniera innaturalmente intensa rispetto ai vestiti scuri e all’incendio dei capelli, lugubre come potrebbe esserlo la spuma fosforescente  del mare in una notte invernale  rischiarata da una luna piena color porpora. Quel sudario di  cutaneo strass che le avvolgeva le ossa suscitava un orrore indefinibile: lo stesso che potrebbe cogliere chi, vittima impotente di un tumore maligno ormai in metastasi, dovesse fronteggiare il candore asettico della sala operatoria, dei camici degli infermieri, delle macchine insensibili che, attimo per attimo, registrano la sua progressiva cacciata dal club degli esseri viventi.

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giovedì, 03 febbraio 2005

 La visitatrice indossava una leggera camicetta grigio perla e una lunga gonna antracite, sotto uno spolverino della stessa tonalità di nero. Il foulard a scacchi, fuori moda e piuttosto malandato, le nascondeva solo in parte i lunghi capelli, che erano così rossi da suscitare l’invidia di un’autopompa nuova di zecca. Nessun trucco, orbite inespressive, corporatura fragile, scheletrica: difficile darle un’età precisa. Il suo viso levigato e magrissimo era liscio come la superficie di una lapide in marmo, sulla quale, per una deprecabile distrazione, non fosse stata incisa nessuna parola in memoria del defunto disteso nella fossa sottostante.

postato da: G-host | 08:11 | commenti
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mercoledì, 02 febbraio 2005

L’ombra procedeva con la fatica di un animale da traino che stesse trascinando un carro lungo una stradina di campagna. Un carro pesante, affondato fino ai mozzi delle ruote nel viottolo reso fangosissimo  da una giornata di pioggia torrenziale. Man mano che si avvicinava a me nella desolazione dell’ufficio, il suo scricchiolante incedere sull’assito del pavimento risuonava come il moto meccanico degli accordi della mano sinistra sulla  melodia di una misteriosa musica per pianoforte. In un crescendo surreale,  la melodia sfociò in un impressionante gruppo di pesanti accordi: la chiusura automatica, sgraziata e cigolante, alle spalle di quella nebulosa entità, della grande porta istoriata, ultimo baluardo fra me e l’entropia proveniente dal mondo esterno. 

 

Quando infine la sagoma scura fu a pochi metri dalla scrivania, esausta per lo sforzo compiuto, si lasciò cadere sulla sedia a dondolo, l’unica sedia decente dell’ufficio. Prima di accomodarsi riuscì a schiacciare un interruttore: la luce, che invase il locale  dalla polverosa lampada ad arco al centro del soffitto, le precipitò addosso frangendosi in elettriche miriadi di virgole triangolari ed  acuminate. Per un attimo,  mentre le estreme battute della musica si disperdevano nell’aria, creando una corrispondenza quasi perfetta tra l’evento sonoro e l’evocazione visiva, mi sembrò di vedere materializzarsi l’immagine onirica della sarta con la vocetta stridula. 

postato da: G-host | 08:04 | commenti
romanzo a colori 7 capitolo 5

 

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